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Incidente mortale nella cava di sabbia di Acate; condannata a 3 anni la legale rappresentante della ditta
18 Giu 2026 13:08
L’incidente mortale era avvenuto il 4 luglio del 2017 ad Acate. Giuseppe Città precipitò da un’altezza di sei metri. Era nella cava dismessa di Piano Colla. Le indagini che vennero effettuate dai carabinieri e dal personale dello Spresal con il coordinamento del sostituto procuratore Gaetano Scollo ricostruirono la vicenda.
Un operaio, che al momento della tragedia si trovava assieme a Giuseppe Città lo avrebbe sollevato trasportandolo all’interno della benna di un mezzo meccanico per portarlo a una altezza che gli permettesse di effettuare la manutenzione di un nastro trasportatore. Giuseppe Città precipitò e morì sul posto, riportando ferite gravissime.
Ieri la condanna in primo grado a 3 anni di reclusione, davanti al giudice monocratico di Ragusa, per Claudia Sonia Xerra, legale rappresentante della ditta, “Treelle” di Piano Colla, ad Acate; rispondeva di omicidio colposo e inosservanza delle norme di sicurezza.
L’iter processuale
L’operaio della ditta che era assieme a Città in quel frangente, era già stato condannato in primo grado con rito abbreviato, e in secondo grado di giudizio: 2 anni e 2 mesi ridotti a 1 anno e 4 mesi, pena sospesa.
Claudia Sonia Xerra, era andata a processo con rito ordinario. Il pubblico ministero Concetta Vindigni aveva chiesto la condanna della donna a 2 anni. La difesa della donna, rappresentata dall’avvocata Maria Concetta Mazzei, nel rispetto del dolore per i congiunti e per la tragedia avvenuta, aveva fatto emergere una ricostruzione diversa. Secondo i consulenti della difesa, sarebbe stato lo stesso Città a decidere di arrampicarsi sul nastro trasportatore non raggiungibile, in base agli elementi raccolti, solamente con il sollevamento con la benna; la decisione di Città che non sarebbe stata prevedibile, avrebbe interrotto, secondo il difensore, il nesso di responsabilità dell’imputata per la quale ha chiesto l’assoluzione per non avere commesso il fatto, e in subordine attenuanti generiche equivalenti alla aggravante contestata e la concessione dei benefici di legge. Il giudice Gemma Occhipinti, al termine della camera di consiglio ha condannato la donna a 3 anni di reclusione in primo grado rimandando in sede civile il risarcimento per i parenti dell’uomo che si sono costituiti parte civile attraverso gli avvocati Giovanni Bongiorno, Francesco Vinciguerra, Gianluca Gulino, Emilio Longobardo e Marco Greco. Preannunciato l’appello alla sentenza.
Foto generata con AI
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