Ottant’anni di Repubblica: la democrazia non è una conquista definitiva

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Ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, l’Italia compiva una delle scelte più importanti della sua storia. Dopo la tragedia della guerra, dopo il fascismo, dopo la privazione delle libertà fondamentali, milioni di cittadini furono chiamati alle urne per decidere il futuro del Paese. Vinse la Repubblica. Vinse l’idea di uno Stato fondato sulla sovranità popolare, sulla partecipazione democratica e sul rifiuto di ogni forma di autoritarismo.

Ma quel giorno storico rappresentò anche un’altra rivoluzione: per la prima volta le donne italiane votarono in una consultazione politica nazionale. Fu un passaggio epocale. Non soltanto perché ampliò il corpo elettorale, ma perché riconobbe finalmente alle donne la piena cittadinanza politica, sancendo il principio che la democrazia non può esistere senza inclusione, uguaglianza e rappresentanza.

Oggi, a ottant’anni da quel referendum, la Festa della Repubblica non dovrebbe essere soltanto una ricorrenza istituzionale scandita dalle parate e dalle celebrazioni ufficiali. Dovrebbe essere soprattutto un momento di riflessione collettiva sul valore della democrazia e sulla sua fragilità.

La Repubblica italiana nasce da una scelta di libertà. Nasce dal rifiuto della dittatura e dall’affermazione di diritti che oggi consideriamo naturali: la libertà di espressione, il diritto di voto, il pluralismo politico, la libertà di stampa, il diritto di dissentire. Eppure la storia insegna che nessuna di queste conquiste è irreversibile.

Abitiamo ancora un mondo attraversato da guerre sanguinose, da autocrazie sempre più aggressive e da regimi che reprimono il dissenso, la democrazia continua a essere una conquista da difendere giorno dopo giorno. Basta osservare quanto accade in molte aree del pianeta per comprendere come libertà, diritti e partecipazione non siano affatto scontati.

Anche nelle democrazie più consolidate emergono segnali che meritano attenzione. Crescono la sfiducia nelle istituzioni, la polarizzazione del dibattito pubblico, la diffusione della disinformazione, la tentazione di individuare nell’uomo forte o nel leader carismatico la soluzione a problemi complessi. Sono fenomeni che non equivalgono a una dittatura, ma che possono progressivamente indebolire gli anticorpi democratici costruiti nel corso dei decenni.

La democrazia, infatti, non vive soltanto nelle leggi o nelle costituzioni. Vive nella cultura civica di un popolo. Vive nella capacità di ascoltare opinioni diverse, nel rispetto delle minoranze, nella tutela dei diritti fondamentali, nella partecipazione consapevole alla vita pubblica. Vive soprattutto nella memoria.

Per questo il 2 giugno non appartiene a una parte politica. Appartiene a tutti gli italiani. È la festa di chi crede che il confronto debba prevalere sulla sopraffazione, che i diritti debbano essere garantiti a tutti e che il voto resti il principale strumento attraverso cui i cittadini determinano il proprio destino.

Ottant’anni dopo quel referendum, il messaggio che arriva dal 2 giugno è ancora straordinariamente attuale: la democrazia non è un punto di arrivo, ma un esercizio quotidiano di responsabilità. Custodirla, difenderla e rafforzarla è il compito che ogni generazione riceve in eredità da quella precedente.

Perché la Repubblica non è soltanto una forma di Stato. È una promessa di libertà che deve essere mantenuta viva, oggi più che mai.

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