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NON C’E’ TRIPPA PER I GATTI
10 Mar 2016 17:40
Disse proprio così il primo sindaco di Roma nel 1906 allorquando elencando in consiglio le spese che il Comune per l’esercizio finanziario di quell’anno ebbe a dire che non poteva prevedersi la spesa destinata ai gatti che circolavano all’interno degli uffici comunali per impedire ai topi di danneggiare e quindi rosicchiare i fascicoli delle pratiche che negli appositi scaffali venivano depositati. Quella frase nel tempo ebbe più successo delle previsioni finanziarie del tempo e fino ad ora è utilizzata nel frasario comune per fare presente che mancano i soldi anche per le esigenze più comuni.
In atto il bilancio statale è sottoposto alle regole impositive e direttive che ci vengono imposte dai parametri europei, tant’è che dopo l’introduzione costituzionale del fiscal compact l’annuale legge che regola le entrate e le spese statali non si chiama più legge finanziaria ma legge di stabilità.
Negli anni ormai passati quando i bilanci degli enti locali non soffrivano le attuali sofferenze determinate essenzialmente dalla continua riduzione dei trasferimenti regionali e nazionali nessuno, in previsione di tempi oscuri, si mordeva la lingua per non richiedere tramite i consiglieri eletti generose previsioni ed elargizioni per sagre di pur pregevoli prodotti agricoli locali o di allevamento di polli e galline o per indire manifestazioni che talora di culturale avevano ben poco e ciò anche comportando una sottrazione finanziaria di risorse per i compiti d’istituto o per l’efficientismo delle strutture pubbliche che in definitiva dovevano costituire l’obiettivo principale della pubblica amministrazione.
La finalità principale che peraltro coinvolgeva tutti i partiti era la spasmodica ricerca e consolidazione del consenso elettorale e se questo regolarmente avveniva si abbia la consapevole presa d’atto che la colpa non era solo dei politici ma in buona parte anche dei cittadini elettori che per queste iniziative battevano pure le mani.
I tempi di crisi sono anche causati dal dato culturale che non riesce ad operare una distinzione fra esigenze operative essenziali da quelle che tale essenzialità non rivestano e di cui, in conseguenza, se ne può fare anche a meno.
Oramai la distinzione operativa e culturale che per somme distinzioni divideva l’appartenenza dei cittadini elettori nelle categorie politiche di sinistra,centro e destra si è affievolita essenzialmente per una generale sottoculturazione che accomuna in buona parte le diverse categorie sociali che si sono, in conseguenza, contraddistinte elementarmente fra buoni e cattivi. Il buono si individua in chi ritiene che la colpa se le cose non vanno bene è solo e semplicemente degli altri e gli altri, viceversa, si ritengono buoni dando la colpa ai primi considerandoli cattivi. Tanto per esemplificare basta – a mò di elementare esempio – prendere atto che la personalizzazione dello stile di vita risponde a ciò che accade ai più e il trasfondere nel personale stile di vita le scelte che facciamo molto spesso fa riferimento a quelle della maggioranza piuttosto che ad espressione dei personali gusti di ognuno di noi. Tutte le donne – sempre per esemplificare il concetto – indossano la calzamaglia che è un ottimo modello di vestiario sia che pesano 60 chilogrammi e sia, invece, che ne pesino 120.
I parametri europei ci costringono all’individuazione di quelle regole tanto decantate dai diversi governi che siano idonee a diminuire sia pure con gradazione annuale il debito pubblico ed eliminare spese ripetitive ed organismi societari a partecipazione pubblica non rispondenti nella sostanza a perseguire finalità sociali molto spesso più teoriche che pratiche.
Ma vi sono tante altre riforme che possono essere attuate, senza necessità alcuna di impegnare spese pubbliche e sono in generale quelle che pongono per definizione legislativa la pubblica amministrazione in una posizione di vantaggio operativo nei confronti del cittadino. Per queste riforme di cui ne rappresenteremo i contorni in altra occasione e comunque esprimenti un parere personale che appunto perché tale può benissimo rimanere una riflessione solo di parte. Questa facoltà ancora ci è concessa.
Il comune interesse di tutti noi cittadini è quello, in ogni caso, che nessuno governante sia costretto a dirci quello che il primo sindaco di Roma fu costretto a dire ai romani. Sarebbe un disastro non per i gatti, ma per noi.
Politicus
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