Tifoserie del sì e del no al referendum: a quando la riforma dei cervelli?

La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

C’è un momento, in ogni stagione referendaria, in cui l’elettore medio smette di leggere il quesito e inizia a leggere se stesso. Non più la norma, non più il merito, non più la virgola che sposta un equilibrio giuridico: legge la propria appartenenza. E vota quella.

La psicologia della faziosità politica è, in fondo, una storia d’amore. Un amore totalizzante, identitario, talvolta un po’ adolescenziale. Come ogni passione intensa, promette protezione e senso di appartenenza, ma chiede in cambio un piccolo sacrificio: la sospensione del dubbio. Nel caso di un referendum sulla riforma della giustizia — tema già di per sé tecnico, stratificato, bisognoso di pazienza cognitiva — questo sacrificio diventa un’offerta rituale. Si smette di chiedersi “che cosa cambia davvero?” per domandarsi “chi lo propone?” e soprattutto “chi lo osteggia?”.

La polarizzazione ideologica funziona come una lente colorata: non deforma i fatti, li filtra. È un meccanismo noto in psicologia sociale: il bias di conferma. Cerchiamo informazioni che rafforzino la nostra posizione e scartiamo, con raffinata eleganza interiore, tutto ciò che la incrina. Se il mio schieramento sostiene il “Sì”, il quesito sarà sicuramente un atto di coraggio riformatore; se sostiene il “No”, diventerà una minaccia alla democrazia. L’oggetto — la riforma — si dissolve; resta la bandiera.

C’è poi l’effetto tribù. L’essere umano, animale sociale, teme l’esclusione più dell’errore. Ammettere che l’avversario politico possa avere ragione su un punto specifico provoca un leggero brivido identitario: e se fossi meno coerente di quanto credo? Così si preferisce la coerenza alla complessità. Meglio un’opinione compatta che un pensiero sfumato. La sfumatura, si sa, non scalda i cuori nei talk show.

Eppure il referendum, per sua natura, chiede un esercizio quasi ascetico: separare il contenuto dal contesto emotivo, la norma dalla narrazione, il merito dalla simpatia. È un invito a sospendere la tifoseria e a indossare, per qualche minuto, l’abito un po’ austero del giurista interiore. Ma l’abito della tifoseria è più comodo, elasticizzato, pronto all’uso. E soprattutto non richiede di leggere venti pagine di spiegazioni tecniche.

La polarizzazione non è solo un fatto ideologico, è un fatto cognitivo. Riduce la complessità per risparmiare energia mentale. Trasforma un tema articolato in una domanda binaria: “con me o contro di me?”. In questo senso, il referendum sulla giustizia diventa il palcoscenico perfetto per una recita già scritta. Non si vota tanto sulla riforma, quanto sull’identità. Non si giudica il testo, ma il simbolo.

E tuttavia, sotto questa dinamica quasi teatrale, resta una possibilità silenziosa: quella di fare un piccolo atto di disobbedienza interiore. Leggere il quesito senza immaginare il volto di chi lo sostiene. Ascoltare un’argomentazione senza chiedersi da quale parte provenga. Accettare che un’idea possa essere valida anche se nasce altrove.

Forse l’obiettività totale è un mito, ma l’onestà intellettuale è un esercizio quotidiano. E in tempi di polarizzazione, è quasi un gesto rivoluzionario. Votare nel merito non significa tradire la propria appartenenza; significa ricordare che l’appartenenza non dovrebbe sostituire il pensiero. In fondo, la maturità democratica non consiste nell’avere sempre ragione, ma nel concedersi il lusso, rarissimo, di cambiare idea davanti agli argomenti. Anche quando non indossano i nostri colori. E i nostri più sperduti neuroni.

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