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“Siamo tutti di Trieste”: il sindacato Usb di Ragusa contro il green pass obbligatorio


Riceviamo e pubblichiamo una nota del sindacato di base USB della provincia di Ragusa che solidarizza con la protesta avviata al porto di Trieste e manifesta la propria contrarietà al green pass obbligatorio nel mondo del lavoro. Il docuimento è firmato da Roberto Distefano, coordiantore confederale provinciale federazione USB Ragusa

SIAMO TUTTI DI TRIESTE

“La protesta va avanti fino a quando non tolgono il Green pass“.

A TUTTI I LAVORATORI

Lo ha annunciato Stefano Puzzer, leader del Coordinamento lavoratori portuali di Trieste, in una conferenza stampa al Varco 4. Puzzer ha detto che “tanta gente in pullman che arriva da fuori viene bloccata. Non credo sia per motivi di ordine pubblico, è un segnale che la dittatura è iniziata”

Il Green pass non è una misura sanitaria ma economica, un ricatto che è stato fatto alla gente per far andare a far vaccino.

Diritto al lavoro e la libertà di scelta.

QUESTI SONO I CARDINI DELLA QUESTIONE.

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, almeno così recita l’art. 1 della  Costituzione e trasformare il diritto al lavoro in una concessione è lesivo non solo delle libertà ma dello stesso diritto alla vita.

“Vado avanti” risponde il Governo “perché non inseguo le elezioni” è ancor più grave perché equivale a dire che il Popolo non è sovrano … ma questo è possibile solo in un Paese, come l’Italia, dove i governanti da un po’ di anni a questa parte non vengono più eletti dal Popolo ma nominati dalle lobby.

IL GREEN PASS UCCIDERA’ LE NOSTRE LIBERTA’

NON IL COVID

Chi ha il green pass potrà lavorare.

Chi non ha il green pass non potrà avere accesso nei luoghi di lavoro.

Si impone qualcosa di illogico a danno delle libertà costituzionalmente garantite … ma è il primo passo verso qualcosa di peggio, al quale, a quanto pare, non c’è mai fine.

Si impone l’utilizzo del green pass su alcune categorie di lavoratori ma non si tratta certo di una misura sanitaria. E’ solo pura propaganda politica, nella migliore delle ipotesi o il mezzo subdolo per tutelare gli interessi economici dei potentissimi pochi che intendono gestire il mondo.

Non si ha nessuna certezza che colui che ha il green pass non sia comunque portatore del virus.

Quindi utilizzare l’obbligo del green pass per riempire nuovamente uffici e aziende, rinunciando giocoforza al distanziamento è un grosso rischio poiché il vaccino riduce notevolmente la trasmissione del virus (alcuni studi danno una riduzione dell’82%), ma non totalmente e il tampone, soprattutto quello rapido non garantisce nelle 48 ore successive.

Insomma, il green pass non è garanzia di rientro in sicurezza.

È quindi evidente che l’obbligo del green pass applicato al lavoro non ha a che fare con la salute pubblica e neanche con la sicurezza sui posti di lavoro, ma è solo un lasciapassare attraverso il quale far ripartire la produzione nelle aziende, far tornare al lavoro i “fannulloni del pubblico impiego” (come dimostrano anche le recenti dichiarazioni di Brunetta sullo Smart working) sempre in funzione del sostegno alle imprese, eliminare misure di contenimento costose e ridurre le responsabilità dei datori di lavoro.

Senza entrare nel merito di uno strumento (una patente per lavorare) di per sé aberrante che si presta ad utilizzi decisamente inquietanti.

D’altronde da Mario Draghi non ci aspettavamo niente di diverso, visto e considerato che è stato messo a governare il nostro Paese per garantire il profitto alle imprese e, con il PNRR, le riforme gradite alle grandi lobby finanziarie europee.

Affrontare la questione green pass senza inserirla in questo scenario più complesso rende la discussione monca e favorisce la polarizzazione sulle posizioni più estreme, impedendo ragionamenti più articolati. Con la conseguenza che l’attenzione sul green pass, alimentata anche dai principali mezzi d’informazione, finisce per far lavorare nella massima libertà Draghi che di fatto sta ridisegnando il Paese e sicuramente non lo fa nel senso che anche la pandemia ci ha indicato. Nessun serio investimento su sanità, scuola e ricerca pubblica. Né in termini economici, né di sistema. Nessuna lotta alle disuguaglianze. Al contrario, riposizionamento dell’asse portante del Paese unicamente a difesa del profitto. Insomma, la spallata definitiva al sistema solidaristico che, con tutte le sue contraddizioni ha caratterizzato l’Italia del Novecento.

Il green pass sta dentro queste dinamiche.

Se invece si vuole parlare di contrasto all’epidemia avendo come riferimento prioritario la tutela della salute pubblica, è ineludibile affrontare il tema delle cure che ormai ci sono e sono efficaci.

Torna quindi prepotentemente d’attualità la battaglia sull’abolizione dei brevetti, che come USB abbiamo lanciato già nelle prime settimane della pandemia, ma che fatica a trovare spazio nel dibattito pubblico.

Noi riteniamo che la pandemia abbia messo in evidenza l’esigenza di un Paese diverso da quello messo in ginocchio dal Covid.

Un paese che metta al centro la salute pubblica e la persegua attraverso l’utilizzo degli strumenti che la scienza mette a disposizione e con interventi strutturali che adeguino la sanità pubblica al compito che è chiamata svolgere. Un Paese che faccia del diritto allo studio un pilastro del proprio sviluppo con investimenti su infrastrutture e personale che consentano di eliminare le classi pollaio garantendo istruzione di qualità. Un Paese che si sciolga dal ricatto delle multinazionali attraverso il rilancio della Ricerca Pubblica, liberando dal profitto quel sapere per sua natura universale.

Insomma, un Paese che combatta le disuguaglianze, soprattutto nel mondo del lavoro. Non il Paese di Draghi e Brunetta e di chi applaude al green pass dimenticando cosa abbia voluto dire lottare per la libertà … e per il lavoro”.