Importante intervento di rafforzamento dell’organico per l’ASP Ragusa, che ha deliberato tra il 28 e il 30 maggio un nuovo pacchetto di stabilizzazioni del personale del comparto sanitario. In totale sono 36 le unità assunte a tempo indeterminato, un provvedimento che punta a garantire maggiore continuità assistenziale e a consolidare la qualità dei servizi offerti […]
Se i politici italiani fossero tennisti
04 Giu 2026 08:36
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
C’è un momento, durante un Roland Garros, in cui il tempo si dilata. La terra rossa assorbe il rimbalzo della pallina con una precisione quasi filosofica, e il giocatore, sudato, concentrato, solo al mondo, sa che nessuno può giocare al posto suo. Nessun portavoce. Nessuna delega. Nessun decreto.
Quest’anno, persino senza Sinner e Musetti, i nostri principi “assenti” per infortunio, privati del palcoscenico dalla sfortuna, non dalla mediocrità, un italiano certamente ha raggiunto la finale del torneo più esigente del mondo. Tre azzurri abitano la top ten planetaria. Tre. Non per nascita, non per decreto ministeriale, non per appartenenza a una corrente interna. Per meriti. Quella parola strana, antica, quasi intraducibile nella lingua della politica contemporanea.
Viene spontaneo chiedersi: e se i nostri parlamentari si allenassero come Berrettini? E se i nostri ministri servissero come Cobolli?
La risposta è insieme comica e malinconica.
Un tennista professionista si sveglia all’alba non perché qualcuno lo controlli, ma perché ha interiorizzato la disciplina come forma di rispetto verso sé stesso. Non imbroglia il punteggio. Non chiede un rimborso spese per la trasferta in campo. Non reclama il set vinto per diritto acquisito. Sa che il tabellone non mente, che la classifica è impietosa, che il ranking ATP non si negozia nelle segreterie di partito.
Il campo da tennis è, in fondo, il luogo più democratico che esista: vince chi gioca meglio. Non chi ha più like. Non chi urla più forte. Non chi ha più contatti nel mondo della racchetta istituzionale.
C’è poi la questione della correttezza. Un tennista chiama il fallo su sé stesso, talvolta, anche quando l’arbitro non l’ha visto. Un gesto antico, quasi desueto, che in Parlamento provocherebbe probabilmente una crisi di governo. Perché ammettere l’errore, in politica, è considerato debolezza. In tennis è semplicemente onestà. La distinzione appare sottile. Non lo è.
E il sacrificio? Anni di accademie, di genitori in macchina alle sei di mattina, di rinunce adolescenziali, di ginocchia fasciate e sogni tenuti in piedi dalla volontà pura. I nostri campioni non sono caduti dal cielo: sono stati costruiti, mattone su mattone, da una pazienza che la politica italiana sembra aver smarrito da qualche legislatura.
La psicologia dello sport ci insegna che i grandi atleti sviluppano una caratteristica precisa: la capacità di restare nel punto. Non nel punto di ieri, non in quello di domani. Nel punto. Qui, ora, questa pallina, questo avversario, questo momento. Una forma di presenza totale che i politici (per carità, alcuni, non tutti, non generalizziamo nel populismo), eternamente proiettati al prossimo sondaggio, alla prossima intervista, al prossimo nemico da evocare, sembrano strutturalmente incapaci di raggiungere.
Il rispetto per l’avversario, poi. Nel tennis si stringe la mano a fine partita, sempre. Anche quando fa male. Anche quando si è perso per un nastro beffardo all’ultimo game. Ci si guarda negli occhi. Ci si riconosce. Sa che senza un avversario all’altezza non esiste vittoria degna di questo nome. In Parlamento, l’avversario politico è spesso rappresentato come un nemico dell’umanità. Il tennista sa che abbassare l’altro è abbassare il gioco. Il politico, stranamente, non lo ha ancora capito.
Se l’Italia fosse un campo da tennis, con le sue righe bianche e precise, le sue regole immutabili, il suo silenzio carico di tensione prima del servizio, sarebbe un posto migliore. Non perché il gioco sia facile. Anzi: è durissimo, solitario, a tratti crudele. Ma è leale. E la lealtà, quella rara, quella vera, è la sola cosa che trasforma un campo polveroso di terra rossa in qualcosa che assomiglia, persino, alla civiltà. I nostri tennisti lo sanno già.
Speriamo che prima o poi qualcuno glielo traduca. La pallina è nel campo della politica. Come sempre. Sola e smarrita, ed eternamente intirizzita come in una pozzanghera di perdente demagogia.
© Riproduzione riservata