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Perché Serena Brancale ha già vinto il Festival di Sanremo
26 Feb 2026 08:25
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
Al Festival di Sanremo, talvolta, si vince prima ancora che vengano pronunciati i verdetti. Si vince quando una canzone riesce a trasformare un’esperienza privata in patrimonio emotivo collettivo. È ciò che accade quando una figlia sceglie di parlare alla propria madre attraverso la musica, consegnando al pubblico non solo una melodia, ma un processo psichico: l’elaborazione del lutto.
Dopo aver esplorato in passato territori sonori più ritmici, Serena Brancale approda sul palco con una ballata dall’impianto cinematografico, intensa e solenne. La vocalità si fa ampia, stratificata, capace di attraversare registri emotivi diversi. Il centro non è l’effetto, ma la memoria. Non è la performance, ma il legame. La canzone è un dialogo che continua oltre l’assenza.
“C’è una canzone alla radio che suona
E che parla di noi.
Di quell’amore che resterà sempre, non passerà mai…
E se ti portassi via da quelle stelle
Per cancellare il tuo addio dalla mia pelle …
E ti parlo come se mi stessi accanto
Due gocce d’acqua non si perdono nel mare mai,
E poi guardami ma quanto ti assomiglio …”
Psicologia di un’assenza che resta
Il cuore del brano non è soltanto la nostalgia, ma la trasformazione del dolore. In psicologia del lutto si parla sempre più spesso di legami continuati: l’idea che la relazione con chi non c’è più non si interrompa, ma cambi forma. La persona amata viene interiorizzata, diventa voce interiore, gesto, tratto somatico, postura emotiva.
Quando nel testo emerge l’immagine della somiglianza – “quanto ti assomiglio” – siamo davanti a un processo identitario profondo. La madre non è soltanto ricordata: viene riconosciuta come parte viva del Sé. Le mani, il modo di amare, la capacità di fare della quotidianità una festa diventano eredità psichiche. Il lutto, allora, non è più soltanto ferita, ma anche continuità.
La perdita della madre, Maria, musicista e insegnante italo-venezuelana scomparsa improvvisamente nel 2020 a causa di una malattia, ha rappresentato per l’artista un evento traumatico che per lungo tempo è rimasto custodito in uno spazio privato. Per sei anni, ha spiegato, quell’emozione è rimasta trattenuta, come se non fosse ancora pronta a essere condivisa. Il dolore era stato vissuto in modo intimo, quasi silenzioso.
Poi, durante l’ultimo tour, qualcosa si è mosso. Ha raccontato di aver avvertito con chiarezza la necessità di portare sul palco anche quella parte fragile e vulnerabile della propria storia. “Qui con me”, ha aggiunto, è una lettera rivolta alla madre: parole scelte e pesate con cura, nate dal desiderio di dare forma a ciò che per anni era rimasto senza voce.
La funzione riparativa dell’arte
Cantare “Scalerei la terra e il cielo, anche l’universo intero, per averti ancora qui con me” non è un’espressione letterale di onnipotenza, ma una dichiarazione d’amore che sfida il limite. In termini psicologici, è il tentativo simbolico di colmare l’irreparabile. L’arte consente questo movimento: offre uno spazio in cui l’impossibile può essere immaginato, pronunciato, condiviso.
La ripetizione del “con me” finale non è soltanto una scelta stilistica. È un atto affermativo. Trasforma l’assenza in presenza interiore. Il tempo può sottrarre la materia, ma non la relazione.
E forse è proprio questo che rende certe esibizioni già vincitrici: quando la musica diventa uno strumento di integrazione psichica, un ponte tra ciò che è stato e ciò che continua a vivere dentro di noi.
Sanremo, fortunatamente, è anche questo: un luogo in cui una storia individuale può diventare specchio universale, e in cui una figlia, cantando alla madre, trova il modo di restare – ancora – insieme a lei. E c’è ancora domani.
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