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PERCHE’ CI PIACE “LA GABBIA”
15 Mag 2014 15:10
Nell’asfittico panorama dell’informazione, televisiva o stampata che sia, poche sono le cose che ci piacciono. Fra queste, La Gabbia di Paragone, su La7.
Il motivo è presto detto: è l’unico programma che non si nasconde. Che non dissimula la sua posizione dietro un equivoco senso dell’”obiettività”. Che non spaccia la conduzione per “mediazione”. Che non ha remore di sorta nel presentarsi come uno spazio di dissenso rispetto al pensiero unico, omologato, della teocrazia finanziaria, nella sua speciale declinazione europea.
L’elemento italico della par condicio impone al conduttore di ospitare voci avverse, alcune volte decisamente stonate. Ma chi accetta di andare nell’arena sa perfettamente cosa troverà e dunque va più che bene così.
Occorre precisare subito che il programma ci “piacerebbe” anche se la tesi fondante che lo ispira e lo illumina fosse totalmente diversa e a noi sgradita! Naturalmente ci piacerebbe meno, a denti stretti, ma sarebbe comunque preferibile ai teatrini dell’informazione finto-obiettiva che pilotano l’attenzione e l’elaborazione dello spettatore attraverso tecniche subdole di manipolazione semiotica e psicologica.
Ci piace il suo essere gridato ma non sguaiato. Il suo essere ingenuo (a volte), coraggioso (spesso), onesto (sempre). Ci piace il suo mix di tensione etica e di ironia, di politica e di musica, di alto e di basso. E ci piace il fatto che il pubblico presente non fa niente per sembrare contento di tutto: non applaude (anzi disapprova) chi non gli piace e adora chi gli piace (soprattutto Scanzi, Gomez, Fusaro): che poi, a parere di chi scrive, è la sparuta squadra dei giornalisti e degli intellettuali veramente indipendenti.
La comunicazione televisiva, direbbe Freccero, sta diventando il modello cui la comunicazione tout court si adegua, si modula, con le sue caratteristiche salienti: l’assenza di vuoti (spazi di silenzio che sarebbero utili alla metabolizzazione dei contenuti), la supremazia dell’immagine sul pensiero, la compresenza della tesi e dell’antitesi dentro la stesso spazio contenutistico, e così via. Il merito di Paragone – al di là delle sue reali convinzioni e del suo impegno giornalistico – è quello di provare a forzare i limiti del medium, rompere la tirannia del politically correct, dare voce agli ultimi nell’unica maniera che li rispetti: lasciandoli gridare e imprecare, salvo poi ricostruire un discorso intorno alla loro disperazione. Un discorso che rimane saldamente ancorato a un’esperienza di umanità e non ad un’operazione di astrazione figurativa molliccia e inefficace (come spesso si fa a Ballarò, ad esempio).
L’arena è lo spazio metaforico in cui “La Gabbia” avviene. Uno spazio in cui però non ci sono gladiatori che combattono fra di loro e un sovrano che prende le parti solo di chi vince (Porta a Porta). Il sovrano è uno dei gladiatori e fa squadra con chi sta con lui. Gli altri gladiatori lo sanno, sanno che potranno far sentire l’acciaio delle proprie spade, sanno che hanno il pubblico contro e tuttavia possono contare sul fatto che l’altro pubblico, quello a casa, può sempre parteggiare per loro.
Di questi tempi di grande, pervasiva ipocrisia, non è poco.
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