NORME IGIENICHE TROPPO RESTRITTIVE SOFFOCANO ALCUNI ALLEVAMENTI

I pozzi di acqua potabile di competenza del fiume Irminio, in particolare le sorgenti “Scribano Oro” e “Misericordia”, sarebbero interessati da inquinamento organico provocato da alcune stalle ubicate nei paraggi sulle quali si sta concentrando l’attenzione del Genio Civile, dell’ASP, dei NAS e dell’ARPA. Ci auguriamo che lo stesso zelo sia riscontrabile per la discarica dei rifiuti solidi urbani di contrada Cava dei Modicani, situata a monte dei pozzi d’acqua B1 e B2, scavati a pochi metri dal fiume Irminio e da dove il Comune di Ragusa prende una parte di approvvigionamento idrico per la città. Le sorgenti sono di diversa origine e diversa sembra anche la logica vigilatrice da parte delle autorità citate. La discarica, una bomba ad orologeria formalmente in sicurezza, è pubblica (gestita dall’ATO Ambiente), gli allevamenti sono privati. La discarica giace già in un luogo infelice anche dal punto di vista sismico perché al limite dello spartiacque delle sorgenti. L’ordinanza del Comune di tenersi fuori dalla fascia di rispetto dai bacini imbriferi in questo caso non vige. Sarebbe come fare un’ordinanza a se stesso. La si fa valere però a carico di aziende che tradizionalmente allevano il loro bestiame in quel luogo. 

Fatta questa premessa, riferiamo che un gruppetto di allevamenti ricadenti in contrada Canalicci, nel territorio di Ragusa, sono attualmente impigliati nel groviglio tra competenze e incompetenze burocratiche, e anche tra norme contraddittorie con la realtà del luogo. Gli allevatori sono in agitazione da quando NAS e ARPA hanno rilevato l’eccessiva concentrazione di deiezioni degli animali in azienda, quantità che potrebbero inquinare le falde idriche della zona. Ma ancora non v’è certezza assoluta, dato che il sequestro di alcuni allevamenti è avvenuto soltanto per la disattenzione di norme igieniche, non per inquinamento. 

“Gli allevatori adottano misure insufficienti per campi pieni di melma, carichi di azoto e nitrati”, ci segnala la d.ssa Lucia Antoci, dirigente dell’ARPA. Secondo certa “scuola di pensiero”, tutti gli allevamenti che in alcune ore della giornata, in attesa della mungitura, fanno stazionare i bovini sulla stessa area ristretta (anche attorno agli alberi alla ricerca di un po’ di frescura) sarebbero inquinanti perché defecano tutti sullo stesso posto, più o meno alla stessa ora. Quindi le aziende vengono penalizzate nella propria attività anche se per il resto del tempo portano gli animali al pascolo nell’estesa superficie agricola o stabulano in locali regolarmente dotati di canalizzazione in concimaia. Attenzione! Quest’ultima, secondo le Autorità, va però ricoperta da tettoia, perché una pioggia eccessiva la farebbe tracimare, trasformandola in conduttrice di inquinamento del sottosuolo. 

Altro paradosso è rappresentato dal consumo di erba sul prato. Per evitare che gli animali la pestino e la danneggino in tutta la superficie seminata, l’allevatore ne organizza il consumo ad avanzamento regolato da filo elettrico. I detrattori degli allevatori vanno a prelevare i campioni di terreno e feci da analizzare proprio in quella fascia dove si assembrano gli animali per alimentarsi più intensamente. Gli accertatori non calcolano la media con la parte di pascolo fuori dall’erbaio dove pure va a spigolare il bestiame in numero sparso.

Inoltre, le superfici esterne di stazionamento degli animali – pensate un po’ – si dovrebbero ricoprire con un massello di cemento impermeabile, con denaro e sfregio dell’ambiente. Ma, in tal caso, si dovrebbe tener conto del parere contrario della Forestale per ragioni di carattere paesaggistico. Ciò fa a pugni con le prescrizioni di altre istituzioni. Insomma, ostacoli su ostacoli.

L’Associazione regionale degli allevatori siciliani è allarmata. “Nulla togliendo alla gravità del problema, a cui senz’altro bisogna trovare una soluzione condivisa – sostiene il Direttore Regionale Carmelo Meli – ritengo che gli allevatori in questi anni abbiano preso coscienza che nella gestione delle loro aziende devono applicare le normative vigenti. Sostengo, inoltre, che i Regolamenti CE, generali per tutti i territori comunitari, nella loro applicazione necessitino e/o prevedano la considerazione delle peculiarità territoriali. In ogni caso detti regolamenti, prima di essere repressivi, sono educativi. Puntare l’attenzione semplicisticamente sugli allevamenti  zootecnici – aggiunge il dr. Meli – a mio avviso non risolverà il problema in quanto tali allevamenti hanno costituito da sempre la ricchezza del territorio ragusano rendendo fertili e produttivi qui 20 cm di terra ricca di pietre e non hanno mai inquinato le centinaia di pozzi da cui si attinge acqua potabile. Il prezioso liquido potabile si attinge mediamente a 200 m di profondità e la natura calcarea del sottosuolo, oltre il clima, provvedono a filtrare e a neutralizzare i piccoli inquinamenti di superficie provocati dalle deiezioni animali. Prova ne è che in Sicilia non esiste il problema di inquinamento da nitrati nelle falde acquifere attenzionato dalla CE. Comunque, con quanto esposto – conclude il direttore dell’ARAS – non intendo sostituirmi alle prestigiose Autorità che si stanno occupando del problema con la diligenza necessaria volta ad individuare le cause e a trovare le soluzioni per tutelare la salute della popolazione e, nel contempo, salvaguardare un comparto strategico per il territorio ragusano quale è l’allevamento zootecnico con soluzioni praticabili e credibili. Confidiamo, dunque, nel buon senso e nell’intelligenza delle Istituzioni che vigilano in materia”.

Può capitare invece che le istituzioni intendano più semplicemente affermare la loro autorità, non sempre la loro autorevolezza. Poco importa se le restrizioni gravano sulle spalle di chi lavora e rischia di proprio nel mandare avanti regolarmente i cicli produttivi per ottenere, alla fine, un reddito stentato. Esse suggeriscono alle aziende di dotarsi di impianti di biogas per lo smaltimento del letame. Quanto costano però nessuno se lo chiede. Così gli allevatori saranno costretti a dismettere l’attività.

Per rilevare la provenienza dell’inquinamento delle falde, le Autorità usano abbondanti quantità di pericolosi coloranti che, se da un lato permettono di scoprire ciò che si cerca, dall’altro provocano ulteriore inquinamento che va ad aggiungersi a quello eventualmente esistente. Il servizio veterinario dell’ASP, che in materia è quello più pertinente e competente, allarga le braccia. Il responsabile assicura che i suoi veterinari informano gli allevatori e i rappresentanti di categoria. Non può fare altro. Gli imprenditori devono rispettare le norme. Anche se improponibili.

I malcapitati allevatori sono la parte più debole nell’equilibrio uomo-ambiente. Intervistati, lamentano che le organizzazioni di categoria non li rappresentano bene, non si esprimono verso la parte politica e che nessuna autorità, da parte sua, ha fatto programmazione produttiva del territorio. Gli allevatori chiedono che i vari l’Amministrazione comunale si riunisca attorno ad un tavolo, coinvolgendo allevatori e altre categorie produttive, per stipulare un documento programmatico con delle linee guida per mettere in condizione gli imprenditori zootecnici di stabilire cosa fare, se investire nelle aziende per rientrare dalle infrazioni o far confluire le loro energie finanziare verso altri progetti.

Si dice che in queste zone si dovrà istituire il Parco degli Iblei. In tal caso – si chiedono gli allevatori – in un Parco naturale non è naturale che debbano esserci anche gli animali? 

“In questa vicenda l’unica ad esprimersi in nostra difesa è l’Associazione degli allevatori – affermano gli interessati in pericolo –. Noi vogliamo rispettare le norme quanto più possibile, ma non possiamo spendere un euro per adeguare l’allevamento se non abbiamo certezze che possiamo rimanere in questo luogo dove siamo nati. Se ci fanno smobilitare – chiedono gli allevatori interessati dal problema – ci indichino almeno dove andare con i nostri animali oppure cosa fare in alternativa se dobbiamo venderli. Il nostro pane, già legato a difficoltà di mercato, dipende anche da funzionari pubblici che decidono sul nostro destino, comodamente seduti in poltrona, con una retribuzione di migliaia di euro al mese. Se ci danno una parte del loro stipendio campiamo tutti… No?”. 

 

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