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NEL GIARDINO DI ROSSANA
08 Giu 2013 20:41
Eppure Rossana coltiva una relazione diremmo simbiotica con la parola, e la sua arte è poesia che si vede, pittura che si parla, forme e colori che s’intonano, in un canto che è coro e monologo assieme. Sinfonia e autoespressione.
Cresce col sole e col vento della sua terra, il percorso di Rossana, per di più avviato da una contrada breve, piccola di Sicilia, ma dove gli alberi sono ‘quadri’ sonori, tra le cui fronde corre il profumo dell’universale. Di quanto è autentico a se stesso, come la nostra artista, che espatria per arricchire la sua formazione, per conoscere la misura più grande della tradizione, ma che poi ‘torna’, con un poema tutto suo, in cui, certo, potremmo individuare tangenze estetiche, solo che ci fermassimo ai livelli di superficie formali.
Torna in mente immediatamente Pollock, guardando alla forza delle opere di Rossana, nelle quali c’è una memoria del dripping e per le quali ha senso parlare di astrazione ed espressionismo. Torna agli occhi l’essenzialità rarefatta di Paul Klee, guardando alle eleganti pennellate puntiformi che Rossana conduce con precisione alessandrina, guardano pure al filo delle linee, che suonano poeticamente profili, di donna, di fiori, di farfalle. Torna al cuore la spontaneità di Jean Dubuffet, dell’Art Brut, e non perché Rossana sia indifferente alla intenzione raffinata estetica, ma perché i suoi lavori serbano intatta l’innocenza dell’infanzia, la volontà di dire senza metafore, come dentro un sogno, dove le parole piovono come liberatorie dell’io. L’arte di Rossana si ribella alla mortificazione della parola inesplosa, sublima sillabe in note, colori in armonie compositive.
Ci fa pensare a Mirò e pure al preziosismo bizantino del mosaico, l’arte di Rossana Ragusa, ma ogni riferimento è superfluo e quasi inutile, perché la nostra artista è il caso di un artista che è solo se stesso.
L’intenso simbolismo presente in ogni opera possiamo ricondurre a una matrice essenzialmente autobiografica, all’esplorazione delle plaghe dell’anima, vibrante di moti minimi e massimi, del dolore e del gaudio della vita, di quella dell’artista, che riesce a proporsi anche come cantore credibile del suo tempo, di un mondo magnifico e terribile, capace di urlare pace e gioia e insieme guerra.
Come l’arte più vera, contemplano mille estremi le opere di Rossana, che s’accampano alla vista come la più immediata delle espressioni, rispondente a tratti quasi a un’estetica primitivista, quasi che le immagini che affollano i suoi quadri Rossana traesse in presa diretta dall’inconscio, quasi che le creature della sua fantasia fossero parvenze spiritiche. Ma la semplicità Rossana coniuga con le sue partiture levigatissime, accarezzate formalmente con la cura di ogni tassello compositivo. E il sospiro implicito che alitano nubi e cieli è un respiro mistico, che intesse un legato sincretico tra metafisica occidentale, segnatamente cristiana, e spiritualità orientale.
Tecnicamente ci conquista la capacità di Rossana di fondere controllabile perizia e incontrollabile automatismo, in una felicità decorativa notevole, data pure da un uso sapiente dei colori e degli accostamenti cromatici.
È visionaria la fantasia creativa di Rossana, si nutre dell’allucinata passeggiata in un mondo altro, l’estro della nostra artista, che è sempre ‘dentro’ il suo quadro. Ma la sua opera è anzitutto una pagina, ove volano brani diaristici, ove la verità, artistica e umana, è totale e si lascia percepire come tale. Ove leggiamo, in filigrana, una riflessione sul tempo, che non è successione di fotogrammi reciprocamente indipendenti, ma amalgama di stati d’animo.
Non si può gettare troppa luce di parole, sulla luce poetica del giardino di Rossana, non serve. Ci basta seguire i palpiti ritmici del suo colore, che canta fiabe e passione – archetipi armonici di benevolenza – e che porta ad Agape, l’alfa e l’omega.
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