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La servitù “immaginaria” di Palazzo La Rocca: la Provincia condannata a pagare 21 mila euro
27 Dic 2025 07:51
Per anni è stata data per scontata. Una di quelle certezze amministrative che nessuno mette in discussione perché “è sempre stato così”. E invece no: la servitù di passaggio per il giardino-orto di Palazzo La Rocca non c’era. Non sulla carta, non nei registri, non nei titoli. C’era solo nel racconto, tramandato di ufficio in ufficio come una leggenda metropolitana istituzionale.
La storia, a ben guardarla, ricorda fin troppo da vicino quella narrata nel film di Totò sulla vendita della Fontana di Trevi a Roma: qualcuno garantisce, qualcun altro si fida, tutti fanno finta che sia normale, finché arriva il momento in cui qualcuno chiede: “Scusi, ma lei questa cosa la possiede davvero?”.
Secondo la ricostruzione finita in tribunale, la servitù sarebbe stata addirittura “dichiarata” dall’allora Azienda Autonoma per l’Incremento Turistico prima di cedere tutto alla Provincia. Dichiarata, appunto. Perché dichiarare non significa avere riconosciuto un diritto reale. E infatti gli altri proprietari non l’hanno mai riconosciuta, né allora né dopo. Una servitù a senso unico: valida solo per chi la raccontava. Perché a quanto pare non è stata formalmente citata nell’atto notarile di passaggio di proprietà del palazzo alla Provincia.
Provincia che, convinta che quella strada fosse legittimamente percorribile, ha deciso di andare fino in fondo, promuovendo un’azione confessoria di servitù. Tradotto: chiedere al giudice di certificare l’esistenza di un diritto che, a quanto pare, esisteva solo nella memoria storica dell’Ente. Questo è quanto previsto in una determina presidenziale del 2022.
Il Tribunale, però, non si è lasciato suggestionare dal valore culturale del bene né dall’uso “di fatto” protratto nel tempo. Ha guardato gli atti. E negli atti quella servitù non c’era. Nessun titolo, nessuna usucapione, nessuna magia giuridica. Sipario.
Risultato: causa persa per la Provincia e condanna alle spese in favore dei privati, pagate da noi cittadini. Ed è qui che entra in scena il Consiglio provinciale, chiamato qualche giorno fa, a fare quello che i Consigli fanno quando il danno è già fatto: riconoscere il debito fuori bilancio. Oltre 21 mila euro, votati all’unanimità, senza discussione, senza interventi, senza colpi di scena. Un passaggio quasi notarile: la servitù evapora, il debito si materializza.
La delibera scorre liscia, tecnica, ordinata. Nessuno chiede come si sia arrivati a quel punto, nessuno ripercorre le scelte del passato, nessuno prova a capire perché per anni si sia dato per certo un diritto mai giuridicamente esistito. Si prende atto della sentenza, si paga (tanto paga Pantalone) e si va avanti.
E resta il paradosso finale, quello che nessun atto amministrativo risolve: come si accede oggi al giardino-orto di Palazzo La Rocca?
Il giardino resta lì, prezioso e un po’ più solo. La servitù resta nei racconti. I cittadini, invece, pagano una lezione molto concreta: nella pubblica amministrazione le scorciatoie costano care, soprattutto quando si scopre che la strada non era mai stata tua. E che la “Fontana di Trevi”, ancora una volta, non era in vendita.
La foto a corredo di questo articolo è tratta da un fotogramma del film con protagonista Totò
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