LA RESPONSABILITA’ DELLE PAROLE

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Accorato appello per una continua ricerca della pace, che è fatta di giustizia e verità. Questa la sintesi del profondo messaggio che Don Luigi Ciotti ha voluto trasmettere intervenendo all’incontro pubblico “Noi e Giovanni. Una vittima dimenticata e il dovere della memoria” organizzato dall’Associazione Giovanni Spampinato e dal Coordinamento provinciale di Libera, con il patrocinio del Comune e della Provincia Regionale di Ragusa. “Il 27 ottobre  del 1972 è una data che ha segnato profondamente Ragusa, e che ancora oggi deve fare riflettere la società. L’omicidio di vittime innocenti restano delle terribili ferite inferte alla comunità onesta e alla gente meravigliosa di questa terra”, esordisce il Presidente di Libera. “Giovanni Spampinato rappresenta il coraggio di chi scrive e cerca la verità, con professionalità e coraggio, anche al costo della vita. Egli era una sentinella della legalità, come dovremmo esserlo tutti”. È un discorso appassionante quello di don Ciotti, interrotto più volte da applausi spontanei di una sala gremita. “Abbiamo tutti la responsabilità di rompere il silenzio, ma al coraggio della denuncia deve seguire la forza della proposta. Il morso del più deve appartenere a tutti, è la realtà di oggi che ce lo impone: non dobbiamo risparmiarci come atto d’amore verso il territorio”. Il ricordo del giovane giornalista ragusano, ucciso quasi  37 anni fa, viene sempre attualizzato nelle parole di Don Ciotti: “Giovanni era uno senza paraocchi e senza peli sulla lingua, ma la sua attività era condotta sempre nel rispetto dell’altro. Abbiamo oggi grande responsabilità delle parole e delle immagini, in una società presa dal gioco mediatico e da illustri esponenti che offendono e umiliano il nostro paese”. Da Spampinato si passa al ricordo di molti altri eroi silenziosi, scomodi alle cosche malavitose o ai poteri forti, come Don Peppino Diana, ucciso dalla criminalità organizzata di Casal di Principe. Don Ciotti lo descrive come un uomo sorridente che parlava alla sua gente con semplicità e forza, e che qualche giorno prima di morire esortò i parrocchiani a salire sui tetti per riannunciare parole di vita. Parole che costruiscono e che siano profonde, concrete. “Meno chiacchiere e più fatti, lo dobbiamo alle persone che sono morte per difendere la democrazia del nostro paese. Libertà e informazione oggi più che mai sono temi che si saldano concretamente e che insieme garantiscono la democrazia. La bussola resta la nostra costituzione e quell’articolo 21, perché non dobbiamo mai stancarci di gridare che la stampa non ha censure e che a tutti dev’essere garantito il diritto di manifestare le proprie idee.” Coerente a questo principio Don Ciotti non si risparmia nella denuncia in nome della giustizia: “Molte testate nel nostro paese sono controllate dai poteri forti, dobbiamo ricordarlo perché la cattiva qualità dell’informazione mette la democrazia a rischio. Il nuovo peccato che attanaglia la nostra società è la mancanza di profondità. Lo scrivere in modo superficiale è pericoloso, ma l’altro pericolo è la dipendenza da poteri politici ed economici, perché l’informazione o è libera o non è informazione. Di fronte ai mali dell’Italia contemporanea  c’è bisogno  di un impegno concreto nel territorio, missione a cui ogni buon cristiano non si può sottrarre. Il conflitto d’interessi è davanti agli occhi di tutti, i tentativi di pilotare gli organismi di garanzia, la legge sulle intercettazioni, la distorsione delle notizie (con riferimento chiaro al movimento “prescrizione non è assoluzione”, che si sta battendo per una rettifica sulle dichiarazioni di  Minzolini che ricordano tentativi di manipolazione simili, a suo tempo, in occasione del processo Andreotti)”. Parole chiare, che non è facile ascoltare a Ragusa. “Non giudico nessuno, ma la verità sì, perché è nostro dovere e rispetto per chi ha pagato con la vita. L’indignazione non basta – conclude Don Luigi Ciotti – ci vuole disgusto oramai, e la forza di denunciare ogni giorno i tentativi di corruzione più o meno velata, che la società tende sempre più ad avallare”. (Laura Curella)

 

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