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LA FAMIGERATA “LEGGE FORNERO”!
15 Mag 2014 04:53
La Lega in chiara crisi di consensi dopo le note vicende interne e insidiata nel voto di protesta dal M5S ha lanciato una serie di referendum abrogativi al fine di catalizzare attenzione e consenso.
I referendum spaziano dalla legislazione che permette agli immigrati la partecipazione a alcuni concorsi, alla legge Mancino sui reati di opinione, alla legge Merlin sulla prostituzione ed infine alla legge Fornero sulle pensioni.
Ovviamente quello di maggior impatto mediatico è proprio quest’ultimo e proprio su questo voglio esprimere qualche considerazione premettendo le scuse per coloro che mi daranno l’onore di leggerle perchè trattandosi di un argomento abbastanza tecnico potrebbe risultare noioso.
Comincerei con il sollevare qualche dubbio sulla ammissibilità del referendum abrogativo.
Il 4° comma dell’art. 75 della Costituzione esclude dalla possibilità di sottoporre a referendum abrogativi “le leggi tributarie e di bilancio” mentre la riforma Fornero delle pensioni è prevista dall’art. 24 del D.L. 201/2011 recante “Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici”, credo che la Cassazione, quando sarà chiamata a decidere sull’ammissibilità dovrà porsi il problema se questa norma sia da ricomprendersi, ancorchè latu senso, tra le leggi cui si applica l’art. 75 della Costituzione, atteso che la norma in oggetto riguarda la corresponsione delle pensioni che in Italia utilizzano il metodo cosiddetto “a ripartizione” (praticamente con i contributi versati dai dipendenti in servizio si pagano i pensionati attuali) con copertura del deficit a carico della fiscalità collettiva.
Entriamo adesso nel merito della cosiddetta “Riforma Fornero” per dire subito che si tratta di una normativa abbastanza complessa che si occupa di diversi aspetti dell’ambito previdenziale e che quindi attua diverse innovazioni, alcune dettate da principi di giustizia, altre necessitate dalla situazione economica, altre incredibilmente inique, altre frutto di una insospettabile incompetenza legislativa. In quest’ ottica un referendum che abroga di colpo tutta la normativa ha come effetto di cancellare sia le parti inique della legge, sia quelle giuste, sia quelle necessitate; cercherò di esplicitare meglio di seguito.
Un esempio di elemento della riforma che obbedisce a un principio di equità è la previsione che dal 1/1/2012 tutti i lavoratori in servizio “pro quota” avrebbero avuto la pensione corrisposta con il “metodo contributivo”. La riforma Dini infatti prevedeva che coloro che al 31/12/1995 avevano una anzianità contributiva superiore ai 18 anni avrebbero continuato a fruire nel calcolo dell’assegno pensionistico del “sistema retributivo” (cioè con la pensione calcolata sulla media degli ultimi 5 anni di retribuzione), che sappiamo essere estremamente distorsivo specialmente nei casi in cui i pensionati alla fine della carriera hanno avuto retribuzioni particolarmente pesanti, come nel caso dell’ex dirigente TIM che incassa oggi la pensione più ricca d’Italia (oltre 90.000 Euro al mese!), senza nessun collegamento con i contributi effettivamente versati.
La parte sicuramente iniqua e politicamente dilettantesca della normativa è quella che ha creato una “nuova categoria sociale”, nonchè un neologismo linguistico “gli esodati”!
Questa parte della normativa è quella che sicuramente andrebbe abolita all’istante, anche se va apprezzato comunque lo sforzo dei governi che si sono succeduti di trovare tempo per tempo, man mano che le persone interessate rientrano nella “categoria” la copertura finanziaria per vitare che la norma si concretizzi in situazioni di disperazione effettiva.
Ma la risposta che si è voluto dare con questa normativa, che tanto ha impattato sulle prospettive di vita dei cittadini (per esempio la mia prospettiva pensionistica si è allontanata di oltre 5 anni), è stata alla ipertrofia della spesa pensionistica che “affligge” i nostri conti pubblici.
Si sa che gli effetti economici di una riforma pensionistica non sono immediati, se poi la riforma pensionistica, come quella varata da Dini, salvaguarda tutti i lavoratori con più di 18 anni di anzianità contributiva (quindi di fatto nessuno è ancora andato in pensione con il nuovo meccanismo dal momento che chi aveva 18 anni di contributi al 31/12/95 al 31/12/2011- momento di vigenza della riforma Fornero – aveva 33 anni di anzianità), gli effetti sulla spesa pensionistica vengono differiti alle calende greche, tanto è vero che al 2010 l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL dell’Italia era (nonostante la riforma Dini) la più alta di tutti i Paesi OCSE (pari al 15,3% contro una media OCSE dell’8,8%!), vale la pena di evidenziare che nonostante la riforma Fornero ancora al 2060 saremo sempre in ambito OCSE tra i paesi che spendono percentualmente di più (il 14,4% a fronte di una media del 12,3%).
La riforma Fornero, per quanto “dolorosa”, quindi, era economicamente necessaria!
Ora con semplicità e disinvoltura i leghisti propongono di abolirla in toto!
A prescindere dalle considerazioni precedenti che già dovrebbero far riflettere sulla opportunità di questa proposta, credo sia il caso di chiedersi cosa comporterebbe, qualora fosse accolto e votato il referendum abrogativo?
Nella migliore delle ipotesi il referendum si celebrerebbe l’anno prossimo nel 2015, quindi dopo 4 anni di “tappo” all’accesso alla pensione, di colpo migliaia e migliaia di persone avrebbero contemporaneamente accesso all’assegno pensionistico … dove andrebbero reperite queste risorse?
Di più, le persone che propongono l’abrogazione della riforma Fornero pongono l’attenzione solamente all’età di accesso alla pensione perché sono abituati a pensare ancora al “sistema retributivo” che era in vigore in passato, con il nuovo meccanismo introdotto dalla riforma Dini il calcolo dell’assegno pensionistico a regime verrà calcolato sul montante contributivo rivalutato intestato al lavoratore con un coefficiente di conversione in rendita relativo all’età in cui si va in pensione.
Basti pensare che in atto il coefficiente di conversione per chi va in pensione a 62 anni è pari a 4,940% mentre per chi va in pensione a 67 anni il coefficiente è 5,826% che aggiunto al maggior montante contributivo accumulato nei 5 anni intercorrenti conseguente rivalutazione può arrivare ad incidere in un assegno pensionistico medio tra i 400 e i 500 euro al mese …
Per coloro che a regime avranno una pensione calcolata solo sui contributi versati quindi molto meno generosa di quella calcolata sulle ultime retribuzioni la differenza è notevole!
Ovvio che invece le persone che con l’abolizione della riforma Fornero si ritrovano tutta la pensione calcolata con il “metodo retributivo” ed in più gli si aprono le porte dell’INPS hanno tutto l’interesse a firmare il referendum e poi a votarlo, ma la stragrande maggioranza dei cittadini quali benefici ne trarranno?
Purtroppo osservo alcune volte basito la classe dirigente del Paese che rinuncia ad affermare le ragioni delle loro idee, dando quasi l’impressione di temere di confrontarsi con chi esprime posizioni spesso demagogiche e poco responsabili.
Per converso siamo oramai abituati ad assistere a prese di posizione assunte solo sull’onda dell’emotività e purtroppo in alcuni casi obbedendo esclusivamente all’interesse personale senza nessuna considerazione del famoso, declamato, ma nei fatti troppo spesso ignorato, “bene comune”.
La verità è che il referendum non è uno strumento adatto a correggere gli errori che in realtà ci sono in leggi “tecniche” come la riforma Fornero, e che questo è l’ambito proprio in cui dovrebbe operare la “democrazia rappresentativa” con l’intervento del Parlamento.
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