INSTALLAZIONE TETTI FOTOVOLTAICI NELLA ZONA INDUSTRIALE

Oltre due anni fa inviammo al suo predecessore la proposta di un censimento di tutte le coperture presenti sui capannoni nelle due aree dell’ASI, quella di Ragusa e quella di Pozzallo. Ciò al fine di studiare la possibilità di fare istallare delle ESCO dei tetti fotovoltaici con vantaggi per le imprese, le quali avrebbero potuto contare sull’energia da autoconsumare o sull’affitto del tetto. Ma da allora ancora attendiamo risposta. Considerato che lei si è più volte espresso per il fotovoltaico sui tetti e non a terra, le rinnoviamo nuovamente la proposta : contiamo tutta la superficie dei tetti utilizzabili per il fotovoltaico e poi facciamo un bando aperto a tutti i soggetti che vogliono utilizzarli per produrre energia. In cambio si chiede energia da autoconsumare. La ricaduta positiva dei livelli occupazionali in ambito locale sarebbe immediata, stante la presenza a Ragusa di una ditta che produce tetti fotovoltaici. E partendo dalla presenza di alcuni produttori di impianti da FR in zona industriale si può pensare anche alla creazione di un distretto delle rinnovabili sfruttando il bando da 300 milioni di euro per investimenti energetici nelle regioni a obiettivo 1 di cui €210.000.000,00 per “Interventi a sostegno dello sviluppo dell’imprenditoria collegata alla ricerca e all’applicazione di tecnologie innovative nel settore delle fonti rinnovabili” cioè programmi di investimento riguardanti la produzione, utilizzando le più innovative tecnologie disponibili, di apparecchiature o macchinari, o loro componenti principali strettamente finalizzati alla produzione di energia da FER.

A titolo di esempio possono essere citati aerogeneratori, gassificatori di biomassa, idrolizzatori, celle e componenti principali per il fotovoltaico, sistemi per solar cooling, sistemi per il solare termodinamico, pompe di calore e generatori di calore alimentati da pellet e cippato e €90.000.000,00 per “Interventi a sostegno dell’imprenditorialità collegata al risparmio energetico con particolare riferimento alla creazione di imprese ed alle reti” Per questa linea di attività sono ammissibili “programmi di investimento riguardanti la produzione di componenti e sistemi, quali rivestimenti, pavimentazioni, infissi, isolanti, materiali per l’ecoedilizia, soluzioni integrate di building automation, soluzioni integrate di domotica, sistemi per la gestione e il controllo dei consumi, motori a basso consumo, funzionali al miglioramento delle prestazioni energetiche degli edifici, utilizzando le più innovative tecnologie disponibili, in termini di capacità dei componenti e di sistemi idonei ad incidere sulle suddette prestazioni energetiche degli edifici e sulla vita dei componenti”. Considerato che gli immobili assorbono il 40% dell’energia ed emettono il 32% delle emissioni, che in vista del 2020 in base alle regole comunitarie tutti i nuovi edifici dovranno essere “a consumi quasi zero” e che già nel 2016 il piano d’azione del Governo assegna al settore immobiliare il traguardo dei 56mila Gw da risparmiare, di cui 42mila solo per il consumo degli edifici, intervenire in questo settore appare strategico per l’edilizia in crisi. Per questo progetto e non per altro dovrebbero essere impiegati i fondi INSICEM.

Si tratterebbe di soldi ben spesi in quanto l’Italia, e quindi anche noi siamo costretti a fare investimenti in questo settore dagli obiettivi degli accordi internazionali sui cambiamenti climatici, a partire da quello europeo fissato per il 2020 (20% di risparmio energetico, 20% di produzione energetica da fonti rinnovabili, 20% di riduzione emissioni di CO2). Un traguardo possibile anche per il nostro Paese che, secondo le stime della Commissione europea, se ne gioverebbe con un risparmio di 7,6 miliardi l’anno nel taglio delle importazioni di idrocarburi e di 0,9 miliardi di euro in meno nei costi per contrastare l’inquinamento. Sommando i due contributi si otterrebbe un risparmio di 8,5 miliardi di euro l’anno, senza contare i benefici di lungo termine sul piano dello sviluppo di un settore innovativo come quello delle rinnovabili, soprattutto in termini occupazionali. Solo per citare un dato, combinando le stime oggi disponibili l’intero settore delle fonti rinnovabili porterebbe nell’immediato futuro alla creazione di 150-200 mila posti di lavoro al 2020, una parte dei quali, se ci sbrighiamo, qui da noi. Dati che ribadiscono l’assurdità di continuare a installare impianti di trivellazione ed estrazione di petrolio in aree che già vivono quotidianamente il rischio di inquinamento e sversamento da idrocarburi. D’altra parte le ultime stime di Assomineraria quantificano la rilevanza economica e occupazionale del settore estrattivo in Italia. Un’attività che spalmata nei prossimi 25 anni potrebbe far risparmiare al nostro Paese 100 miliardi di euro nelle importazioni di greggio dall’estero, 4 all’anno, e creare 34mila posti di lavoro.

Dati importanti soprattutto in un momento di crisi economica come quello attuale ma che sono strettamente legati a una risorsa in esaurimento per cui destinati ad azzerarsi nel corso di pochi decenni lasciando ai territori e alle economie locali il problema del risanamento e del recupero delle aree occupate dalle trivelle. Di gran lunga preferibile è invece il vantaggio economico, ambientale e occupazionale che il nostro Paese potrebbe ottenere indirizzando gli investimenti in campo energetico non sui settori tradizionali e sulle fonti fossili ma per efficienza e sviluppo delle energie rinnovabili. Come vede abbiamo raccolto subito il suo invito a collaborare e impiegato meno dei 20 giorni concessi agli attori del territorio. Abbiamo pure indicato le risorse a cui attingere e dimostrato i risultati ottenibili in maggiore occupazione, numeri confermati dal Prof. Antonello Pezzini , consigliere del comitato economico e sociale europeo, durante un convegno sul clima tenutosi a Comiso nello scorso mese di settembre a cui lei ha partecipato. (c.c.)

 

 

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