Il fallimento della Nazionale è colpa nostra: tifosi e giornalisti

La rubrica dello psicologo a cura di Cesare Ammendola

In tv, dal divano di casa, ho apprezzato l’impegno e anche la condizione atletica di quasi tutti i giocatori italiani. Alcuni rivelano o confermano anche talento (Palestra, Tonali, Barella, Politano, Donnarumma, Kean, Spinazzola). Ma da psico-commissario tecnico per un giorno ho notato limiti tecnici di alcuni, lacune tattiche in passaggi fatali (nell’azione del rinvio di Donnarumma e dell’espulsione) e nella scarsa freddezza e personalità nelle occasioni sprecate in attacco.

E però anche basta con le ipocrisie! Solo ora piovono tante parole retoriche. Avete mai visto in questi vent’anni tifosi o commentatori e giornalisti fare lo sciopero della fame perché nei club non si fanno giocare innanzitutto gli italiani e i giovanissimi (accettando il rischio di non vincere subito)? 

Al contrario, tifosi e giornalisti “massacrerebbero” società e allenatori se le scelte di allenatori e dirigenti fossero in questa direzione coraggiosa e radicale.

Il calcio è l’industria dell’ipocrisia. Per i club e i loro tifosi in tutta Italia sembrano contare solo il denaro e la vittoria immediata.

Per non dire del fair play (in senso ampio) e della sportività: non pervenuti.

La colpa del fallimento italiano è, a mio avviso, di noi tifosi di club (sia di quelli che vanno allo stadio, sia di quelli che seguiamo in tv), dei giornalisti e commentatori sportivi, dei dirigenti dei club. Poi, solo poi, viene il vertice della Federazione.. Che di questo mondo è semplicemente l’espressione. E rischia di essere l’unico vero capro espiatorio.

Per comprendere davvero il declino del calcio italiano, bisogna partire da un dato difficile da aggirare: i risultati. Ed è proprio da lì che emerge una verità scomoda ma inevitabile: l’Italia è diventata meno competitiva, sicuramente più debole rispetto alle altre nazionali europee che hanno preso parte agli ultimi tre Mondiali. Le analisi possibili sono molteplici e spesso anche valide, ma quasi sempre incomplete. C’è chi punta il dito sulla qualità tecnica, chi sull’organizzazione del sistema, chi ancora sui cambiamenti sociali. Si passa con facilità dalle prestazioni deludenti in campo ai luoghi comuni, come quello dei ragazzi che non giocano più per strada. Tuttavia, prima di tutto, serve un punto fermo condiviso: il livello si è abbassato.

A questo punto diventa inevitabile interrogarsi sulle cause. Una domanda centrale riguarda la mancanza di giocatori decisivi: perché l’Italia non riesce più a formare calciatori capaci di cambiare le partite? Da tempo non emergono fuoriclasse del calibro di Totti, Del Piero, Baggio, Maldini o Pirlo. Ma il problema non si limita all’assenza di grandi campioni: mancano anche quei profili tecnici oggi diffusi in altre nazioni come Francia, Germania, Spagna e Inghilterra, e persino in realtà meno blasonate. Giocatori in grado di creare superiorità, saltare l’uomo, inventare giocate con continuità: elementi fondamentali per vincere, che il sistema italiano non riesce più a produrre.

Un altro interrogativo riguarda invece l’incapacità di far emergere, anche quando presenti, calciatori con queste qualità. Le ragioni affondano in una serie di errori accumulati nel tempo, accomunati da una radice precisa: assenza di visione e competenze, unita all’ossessione per il risultato immediato. Tra i problemi principali si evidenziano la mancanza di programmazione e progettualità, la tendenza a privilegiare le doti fisiche a discapito del talento tecnico sin dalle scuole calcio, e un sistema di mercato spesso opaco, dominato da interessi e intermediazioni discutibili. A ciò si aggiunge un meccanismo che incentiva l’acquisto di giovani stranieri invece di investire sui talenti locali.

Infine, resta la questione delle responsabilità. Le spiegazioni possono spaziare da fattori economici a dinamiche sociali, considerando anche la diminuzione delle risorse disponibili. Si possono chiamare in causa i club di Serie A, così come le realtà più piccole del settore giovanile. È evidente che le colpe siano diffuse e condivise. Tuttavia, se si vuole davvero avviare un processo di rinnovamento, o addirittura una rifondazione, è inevitabile guardare a chi ha il compito istituzionale di guidare il sistema: la Federazione italiana e i suoi vertici. E però il sistema, ripeto, è soprattutto la massa di tifosi e commentatori che asseconda (e anzi, richiede) pervicacemente i mali di un “eraunosport” chiamato “calcio”. È arrivato il momento di dire la verità davanti a uno psicanalista: la nazionale è l’immagine allo specchio degli italiani.

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