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Il ciclone spazza via i negazionisti del cambiamento climatico
24 Gen 2026 08:59
Il ciclone Harry ha colpito con violenza le coste orientali della Sicilia, lasciando dietro di sé un bilancio fatto di allagamenti, frane, interruzioni dei collegamenti e paura. Piogge torrenziali, raffiche di vento da uragano e mareggiate hanno trasformato in poche ore strade e lungomari in fiumi in piena. Un copione che, purtroppo, non appare più come un’eccezione, ma come l’ennesimo capitolo di una storia che sull’isola si ripete sempre più spesso, con un’intensità maggiore. La memoria collettiva siciliana è già segnata da eventi che oggi appaiono come anticipazioni di ciò che stiamo vivendo. Casi simili si ebbero a fine dicembre 1972/inizio 1973 e il 17 gennaio 1985. A Modica, nel novembre del 2021, il tabaccaio Pino Ricca perse la vita travolto da una tromba d’aria all’uscita di casa. All’epoca si parlò di fatalità; oggi quell’episodio si inserisce in una sequenza sempre più lunga di eventi estremi che colpiscono territori fragili, spesso impreparati a fronteggiare simili violenze atmosferiche. Se non ci sono state vittime, è perché l’allerta meteo di ciò che sarebbe successo è scattata con giorni di anticipo, raggiungendo tutti gli abitanti grazie anche all’informazione locale. Quella nazionale era impegnata negligentemente su altro, salvo poi virare a ciclone quasi esaurito.
Secondo molti esperti, ciò che sta accadendo è il segnale evidente di una trasformazione profonda del nostro mare. “Il Mediterraneo si è trasformato in un Oceano”, ha dichiarato a la Repubblica il meteorologo del Cnr Giulio Betti. Una frase che suona come un allarme definitivo: acque sempre più calde alimentano cicloni mediterranei, temporali autorigeneranti e fenomeni estremi capaci di sprigionare in poche ore l’energia di settimane di pioggia. “In futuro sarà peggio, prepariamoci”, avverte Betti, sottolineando come l’adattamento non sia più un’opzione, ma una necessità. La tempesta del secolo ha registrato persino un’onda alta 16 metri – rilevata da una boa oceanografica dell’Ispra tra la Sicilia e Malta, la più alta mai documentata nel Mediterraneo – e un accumulo di pioggia, in sole 72 ore, che in alcune zone è stato pari alla media di sei mesi.
Betti ha spiegato che “la perturbazione era bloccata nel suo movimento verso est” e anziché fluire in maniera rapida ha fatto fatica a spostarsi, “bloccata dalla Tunisia alla Sardegna, scaricando tutta l’energia che poteva. Sempre più spesso stiamo osservando anticicloni di blocco a est sui Balcani e l’Europa centrale. Il mare che montava da Cipro arrivando fino al canale di Sardegna è roba oceanica, non da Mediterraneo”. “Le potenti onde hanno spostato massi e frangiflutti da 20-30 tonnellate, scaraventandoli in strada perché con un periodo onda di 11-12 secondi la quantità d’acqua d’acqua che viene spostata è di migliaia di tonnellate, qualcosa di impressionante”.
Sul tema è intervenuto anche il climatologo Luca Mercalli, in un’analisi pubblicata ieri sul Fatto Quotidiano dal titolo emblematico “Il Mediterraneo è sempre più alto e più caldo: quindi è più aggressivo”. Mercalli spiega come l’innalzamento del livello del mare e l’aumento delle temperature superficiali rendano il bacino mediterraneo una vera e propria “fabbrica di tempeste”, capace di colpire con forza crescente le regioni costiere. “Il riscaldamento globale – ha scritto Mercalli – può indurre un’intensificazione delle piogge e del vento per via del mar Mediterraneo sempre più caldo (nel 2024, secondo una ricerca diffusa proprio ieri, è stata raggiunta la massima temperatura mai registrata negli ultimi 40 anni), ma l’elemento più importante che incide sulla distruttività delle mareggiate è l’aumento del livello marino; dal 1900 il Mare Nostrum si è innalzato di circa 20 centimetri, metà dei quali acquisiti dopo il 1993. Harry è un avvertimento: state lontani dalle coste, il mare continuerà a crescere e diventerà più aggressivo”.
Il ciclone Harry, allora, non è solo un evento meteorologico estremo: è un messaggio politico, scientifico e culturale. Spazza via case e infrastrutture, ma soprattutto spazza via le ultime resistenze di chi continua a negare il cambiamento climatico. Davanti a un Mediterraneo che assomiglia sempre più a un oceano tropicale e a stagioni scandite da emergenze continue, la domanda non è più se il clima stia cambiando, ma quanto siamo pronti ad affrontarne le conseguenze.
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