HANNO PERSO TUTTI

Forse, nella storia della Repubblica, è difficile trovare un momento più delicato di quello attuale. Non si riesce a formare un nuovo governo e il Parlamento stenta a iniziare la legislatura.

Ma l’aspetto più preoccupante, aggravato dalla crisi persistente e dall’imprevedibile atteggiamento dei mercati finanziari, è che si brancola nel buio e la percezione di questo è alla porta dell’uomo della strada, cosa che, in passato non è mai avvenuto. Ci saranno state situazioni politiche o economiche abbastanza serie, ma l’opinione pubblica non è stata mai in condizione di comprenderne la portata e, soprattutto, ha mantenuto fiducia nell’operato della politica che veniva considerata la tata di tutti gli italiani, pronta a risolvere qualsiasi tipo di problema.

Questo atteggiamento derivava dalla presenza sulla scena politica di personaggi di provata esperienza che riuscivano a infondere fiducia con la loro autorevolezza e con il prestigio che rivestivano presso la popolazione, autorevolezza e prestigio che derivavano, anche, dalle loro riconosciute competenze in materia politico economica.

Oggi, purtroppo, non si hanno nemmeno queste certezze, le competenze languono, l’incapacità a decidere aggrava le situazioni, è evidente la preoccupazione di non ricorrere a scelte sgradite per non inficiare il gradimento presso l’opinione pubblica, a scapito del pubblico interesse.

In fondo, con le ultime decisioni del Capo dello Stato si è decretata la sconfitta di tutti gli attori della crisi e non si intravede nessuno capace di afferrare il toro per le corna per uscire dall’impasse.

Tutti hanno perso, a cominciare da Napolitano che ha liquefatto la sua autorevolezza nel brodo insulso dell’ostinazione bersaniana che trascina, dietro di sé, le potenzialità di governo del Partito Democratico.

La comunicazione sulle ultime decisioni con successiva  conferma dei nomi dei componenti la commissione dei saggi, è stata suddivisa in dosi con un procedimento che ha fatto trapelare non indifferenti problemi di composizione della medicina e fretta di  ostentare padronanza della situazione, per sgombrare anche il campo dalle voci di dimissioni che si facevano sempre più insistenti.

Il tutto con un provvedimento che toglie autorevolezza a tutto il quadro politico attraverso la legittimazione di una schiera di personaggi sicuramente competenti nelle loro materie, salvo i politici che certo non esprimono il meglio della politica italiana, ma che non avranno certo molto spazio sui libri di storia.

Ha perso il Partito Democratico che è riuscito a perpetuare, ancora una volta, i limiti del paradosso del dopoguerra di un’Italia che ha dovuto subire, comunque, l’influenza del più grande partito comunista dell’occidente, prima, e quindi quella dell’unico grande partito post comunista di tutto il mondo.

Un partito che predica, da sempre il cambiamento ma è stato sempre solo occupato a difendere il proprio ruolo di forza determinante per paralizzare il paese in un contesto conservatore mirato solo al mantenimento della propria esistenza che, in caso contrario sarebbe stata spazzata, come ora può accadere, dall’onda del cambiamento. Non a caso il pericolo maggiore per i post-comunisti non è costituito dai classici antagonisti della destra ma dalla incipiente massa dei grillini che, in quanto ad estrazione, non possono certo definirsi di destra o di centro.

Ha perso la destra e il centro destra che hanno scambiato un pur eccellente recupero per una vittoria che non esiste nei numeri, non esiste nella composizione del parlamento e serve solo per determinare la situazione di stallo perniciosa per il paese.

La stessa sensazione di successo è effimera, in quanto determinata solo dal consenso ottenuto da una sola persona, il leader, in un contesto ancora minimamente democratico dove ciò serve a poco, fenomeno che, da solo, evidenzia i limiti di un a destra dilaniata da contrapposizioni, lotte di potere, beghe interne di partito e presenza di personaggi alle prese con guai giudiziari non determinati da persecuzioni di magistrati.

Ha perso Monti che da rispettato e riverito accademico, esperto competente di economia, ha saputo mostrare, in rapida successione, il meglio della italica vanità e della politica arrivista: ha appesantito la situazione degli italiani, si è sottomesso e ha sottomesso l’Italia ai diktat di improbabili statisti europei che hanno agito per loro tornaconto, ai primi sentori di congedo anticipato è entrato in politica per mantenere la poltrona, ha fatto flop, dopo una fondamentale delegittimazione non solo pubblica e istituzionale ma, più influente del Capo dello Stato che lo aveva emancipato dal ruolo, pur sempre modesto, di professorino, viene ora rimesso in sella, a tempo determinato, riconfermandone autorità e legittimazione con l’unico obiettivo di calmare i mercati e dare ragione a Grillo. Se non ci fanno una finction con Raul Bova e Sabrina Ferilli è un miracolo.

Ha perso Grillo che ancora una volta dimostra come sia più facile arringare le folle che governarle e, soprattutto, mantenerle fedeli ai principi comuni e convenuti.

Si continua a dimostrare la cronica assenza di persone competenti ed esperte all’interno del movimento, prova ne sia che si chiede l’incarico di governo senza nemmeno specificare un nome che, in ogni caso, si intuisce, sarà cercato all’esterno, si cerca di condizionare la situazione con il 30% che hanno anche gli altri, si è più indaffarati a mantenere la coesione dei gruppi che a tirare fuori soluzioni per la crisi.

Sullo sfondo di questo maxischermo di perdenti aleggia l’ombra di due altri perdenti eccellenti che, nell’attuale situazione di bassi livelli di competenza, pur con tutti i difetti che hanno estrinsecato in più occasioni, emergono dalle nebbie attuali e fanno rimpiangere il passato, nutrendo la certezza che saprebbero gestire meglio la situazione, la cui presenza in campo sarebbe, quantomeno, condivisa: Casini e Fini. Visto come vanno le cose, un loro rientro in scena sarebbe, quantomeno auspicabile per un tentativo.

Ad una sola condizione: che non si portino appresso tutta la schiera di galoppini, deputati, senatori, suoceri, cognati, consiglieri e uomini fidati che hanno tutti, più o meno, contribuito alle loro folli scelte di un recente passato. Che una volta tanto si faccia riferimento alle proprie origini.

Principe di Chtinnon

 

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