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FILM E SOGNO
07 Dic 2013 15:56
Alla domanda “qual’è l’elemento distintivo del linguaggio cinematografico?” si dovrebbe rispondere, tutto d’un fiato, “la sua somiglianza con quello del sogno!”.
Gli stessi psicoanalisti, notoriamente curiosi verso tutto ciò che conferma la teoria, hanno evidenziato la comunanza dei due discorsi – filmico e onirico – mettendo in luce il funzionamento di analoghi meccanismi “retorici”, quali la metafora e la metonimia ( e forse anche la sineddoche), che nel sogno divengono la condensazione e lo spostamento.
Alfred Hitchcock è il regista che più ha lavorato sul materiale onirico, con risultati affascinanti e inquietanti. E su almeno due livelli: quello della rappresentazione diretta, “narrativa” del sogno (il livello più superficiale); quello della “ostensione” linguistica della materia e della forma filmiche.
Il primo è di facile fruizione: abbondano nelle opere del maestro sequenze in cui il sogno è immediatamente rappresentato, con scene evocative della dimensione onirica e soluzioni espressive coraggiose (per l’epoca) in cui l’alterità del sogno rispetto alla veglia è come “raffigurata” attraverso immagini distorte, aumentate, in una sorta di psichedelìa ante-litteram. La sequenza di Vertigo (La donna che visse due volte) è emblematica: il sogno è testo codificato, criptico; ma è anche disvelamento, la verità che si fa largo fra le menzogne della coscienza.
Il secondo livello, della ostensione linguistica, è più difficile da spiegare: è come se l’Autore riproducesse, anche nei momenti in cui la narrazione attiene a eventi reali, la peculiarità del linguaggio del sogno, segnalandone il carattere di ri-costruzione a posteriori, esattamente come il testo del sogno viene ad essere, a consistere, solo quando – al risveglio – tentiamo di ricostruirlo, di decifrarlo. L’ostensione funziona come una specie di alterazione voluta, di onda di irrealtà che attraversa, percorre l’immagine apparentemente neutra. Molte delle sequenze de Gli uccelli, o de L’uomo che sapeva troppo, fissano nella memoria cinematografica questa esperienza straniata, volutamente fallace del rapporto che lo sguardo intrattiene con le cose.
Questo ed altro è amabilmente (e appassionatamente) raccolto e raccontato nell’intervista che Hitchcock rilasciò al grande Francois Truffaut, a comporre uno dei più credibili e completi manuali del cinema di sempre.
La musica, come è facile immaginare a partire dalle sue caratteristiche di linguaggio non concettuale, è un potente strumento “oniricogenico” al servizio del cinema: prepara la coscienza dello spettatore a quel formidabile processo di assottigliamento che lo rende capace di identificarsi – come in una sorta di delirio pilotato – con le immagini del film.
E per restare in tema, come non chiudere col grande Bernard Hermann, che per Hitchcok scrisse le musiche più famose, emozionanti e descrittive del cinema americano.
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