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Don Corrado Lorefice porta il Vangelo nelle strade: Palermo diventa metafora del Sud che non si arrende
16 Set 2026 08:18
C’è una Palermo che soffre, una Palermo che resiste e una Palermo che continua ostinatamente a sperare. È dentro questa città, tra periferie, povertà, contraddizioni e desiderio di riscatto, che si muove da oltre dieci anni il ministero episcopale di don Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo e sacerdote siciliano che ha fatto della vicinanza agli ultimi uno dei tratti più riconoscibili della propria presenza pastorale.
È questo il filo conduttore de “Il Vangelo per le strade. Discorsi alla città di Palermo”, il volume edito da Il Pozzo di Giacobbe che raccoglie gli interventi, le omelie e i messaggi rivolti da Lorefice alla città dal suo insediamento.
Il libro è stato presentato nella Cattedrale di Palermo al termine della celebrazione per il 33esimo anniversario dell’assassinio di don Pino Puglisi, in una giornata nella quale memoria religiosa e coscienza civile si sono inevitabilmente intrecciate.
Accanto a Lorefice erano presenti l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Domenico Battaglia, che ha firmato la prefazione del volume, e Antonio Balsamo, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo.
Ma il protagonista, ancora una volta, è il rapporto tra Lorefice e la città. Un rapporto costruito non soltanto nelle grandi celebrazioni, ma soprattutto attraverso l’ascolto delle periferie, il confronto con le fragilità sociali, l’attenzione ai migranti, alle famiglie in difficoltà, ai giovani e ai quartieri nei quali la presenza mafiosa continua a lasciare ferite profonde.
Palermo, nelle pagine del libro, diventa così qualcosa di più di una città: diventa una metafora dei tanti Sud del mondo, luoghi nei quali convivono bellezza e marginalità, ricchezza culturale e disuguaglianze, speranza e rassegnazione.
Ed è proprio contro la rassegnazione che Lorefice sembra costruire la propria idea di Chiesa.
Il Vangelo, nella sua lettura, non può rimanere confinato dentro le chiese, ma deve entrare nelle strade, misurarsi con le ingiustizie, attraversare le contraddizioni della società e diventare una parola capace di interrogare anche la politica e le istituzioni.
Curiosa, quasi familiare, la genesi del volume. Lo stesso Lorefice ha raccontato di averlo ricevuto come regalo nel dicembre del 2025, in occasione del decimo anniversario del suo arrivo a Palermo. Solo dopo averlo scartato si accorse che sulla copertina compariva proprio il suo nome.
All’interno erano stati raccolti, a sua insaputa, anni di discorsi alla città, omelie e persino il messaggio rivolto alla comunità diocesana in occasione del quattrocentesimo Festino di Santa Rosalia.
Una sorta di diario pubblico del suo episcopato.
Il cardinale Battaglia ha descritto quelle pagine come la testimonianza del rapporto profondo instaurato da Lorefice con Palermo: un amore fatto di persone conosciute, periferie ascoltate e futuro immaginato.
Un amore che, tuttavia, non rinuncia alla denuncia.
Perché amare una città significa anche parlarle apertamente di mafia, povertà, immigrazione e disuguaglianze. Non per condannarla, ma per chiedere alla comunità di non arrendersi.
E inevitabilmente, nella giornata dedicata alla memoria di don Pino Puglisi, il pensiero è tornato al sacerdote assassinato dalla mafia il 15 settembre 1993.
Padre Puglisi rappresenta ancora oggi una delle immagini più potenti di quella Palermo che rifiuta di consegnarsi alla paura. Una figura che attraversa idealmente anche il libro di Lorefice: due sacerdoti appartenenti a epoche differenti, ma accomunati dalla convinzione che il cambiamento passi dalla capacità di stare accanto alle persone, soprattutto dove la società appare più fragile.
Balsamo ha ricordato come Brancaccio, un tempo identificata nell’immaginario collettivo con il potere mafioso, sia oggi soprattutto il quartiere di padre Puglisi.
Ed è forse proprio questa la chiave più autentica del messaggio che emerge dal libro di don Corrado Lorefice: una città può cambiare il proprio destino quando smette di considerare inevitabili le proprie ferite.
Palermo diventa così il laboratorio di una Chiesa che prova a stare dentro la storia. E il Sud, più che una condizione geografica, diventa il luogo nel quale continuare a scegliere tra rassegnazione e speranza.
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