Crescita frenata per la provincia iblea: dal “modello Ragusa” ai segnali d’allarme per il 2026

Per anni Ragusa è stata raccontata come un’eccezione virtuosa, un’“isola nell’isola” capace di tenere testa alle difficoltà del Mezzogiorno. Un territorio spesso indicato come “modello Ragusa”, grazie a un tessuto imprenditoriale diffuso, all’agroalimentare d’eccellenza, a un turismo in espansione e a una capacità di resilienza che sembrava distinguerla dal resto della Sicilia. Oggi, però, i nuovi dati economici invitano a una riflessione più profonda.

Secondo le previsioni della Cgia, nel 2026 Ragusa sarà una delle pochissime province italiane a registrare una crescita negativa del Pil rispetto all’anno precedente: -0,05%, insieme a Enna (-0,02%). Un dato che pesa non solo in ambito regionale, ma anche nazionale, considerando che su 107 province monitorate soltanto due risultano in contrazione.

Il dato di Ragusa si inserisce in un quadro più ampio che vede la Sicilia relegata nelle ultime posizioni per crescita economica prevista (+0,28%), lontanissima dalle regioni che trainano il Paese. Nel 2026 la “locomotiva” italiana dovrebbe essere l’Emilia-Romagna (+0,86%), che supera il Veneto, seguita da Lazio, Piemonte, Friuli Venezia Giulia e Lombardia. Al Nord la crescita è sostenuta da settori industriali solidi, da un mercato del lavoro più stabile e da politiche mirate su innovazione, export e investimenti pubblici.

Il confronto è impietoso. Le province che guidano la classifica – Varese, Bologna, Reggio Emilia, Biella, Ravenna – confermano il peso strategico dell’asse della via Emilia, dove si concentra una parte rilevante della ricchezza e della capacità produttiva nazionale. Sei delle prime quindici province italiane si collocano proprio lungo quel corridoio economico.

Ragusa, invece, sembra perdere slancio. Dopo anni in cui veniva citata come esempio positivo all’interno di una Sicilia in affanno, oggi paga un mix di fattori strutturali e congiunturali: rallentamento di alcuni comparti produttivi, difficoltà nei collegamenti e nei trasporti, un turismo che fatica a destagionalizzarsi e una generale incertezza che frena investimenti e consumi.

Il dato assume un valore simbolico ancora più forte se letto insieme alla dinamica nazionale: mentre il divario tra Nord e Sud torna a farsi sentire con forza, alcune aree del Mezzogiorno – come la Campania, in particolare Napoli e Caserta – mostrano segnali di crescita, seppur contenuti. Ragusa, al contrario, arretra.

Non si tratta di un crollo, ma di un campanello d’allarme che mette in discussione l’idea stessa di “modello Ragusa”. Un modello che forse ha funzionato in una fase storica diversa, ma che oggi appare meno attrezzato ad affrontare le nuove sfide economiche: innovazione, competitività internazionale, infrastrutture, attrattività per imprese e giovani.

I numeri della Cgia non sono una sentenza definitiva, ma indicano una tendenza che merita attenzione. Per Ragusa, il rischio è passare da eccezione virtuosa a territorio in affanno, proprio mentre altre aree del Paese accelerano. La domanda, ora, è se il territorio saprà rimettersi in discussione e rilanciare una visione di sviluppo all’altezza dei cambiamenti in corso.

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