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Ciclone Harry e frana di Niscemi: un monito agli Enti locali
30 Gen 2026 11:26
RagusaOggi propone un articolo di Francesco Venerando Mantegna, già membro senior del Consiglio scientifico ISPRA, esperto tecnico scientifico del Ministero dell’Università e della Ricerca (PON), ha presieduto il Comitato istituzionale dell’Accordo di Programma Quadro (PCM/DPC-REGIONE SICILIANA-INGV) per la Sorveglianza sismica e vulcanica in Sicilia e Isole minori.
Di Francesco Venerando Mantegna
Ripercorrendo la memoria storica dei primi segni del dissesto geologico di Niscemi nel 17901, allorquando le fratture del suolo si aprivano e richiudevano accompagnate da sordi boati, sparivano gli
abbeveratoi e si sprigionavano emissioni gassose dal cattivo odore, possiamo renderci conto della
gravità di quanto è accaduto in questi giorni, per l’assenza di un’adeguata gestione dello scenario di
rischio, in termini di previsione, prevenzione e pianificazione degli interventi di carattere prioritario.
Il presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi Roberto Troncarelli ha giustamente richiamato la frana
del 1997 come la “riattivazione di un antico movimento profondo di quel pianoro sabbioso poggiato su
argille impermeabili, che favorisce grandi scivolamenti innescati dall’erosione regressiva del Torrente
Bonifizio, aggravati nel tempo da urbanizzazione e scarichi non controllati”. Una situazione, come ha
evidenziato il prof. Nicola Casagli dell’Università di Firenze, talmente compromessa da rendere vana
ogni possibilità d’intervento. Sono già 1300 gli sfollati e si profila una inevitabile delocalizzazione
abitativa. Quando nel 1997 e nel 2026 ebbero luogo i gravi movimenti franosi tra il quartiere Sante Croci e la contrada Canalicchio, l’allerta grave avrebbe dovuto tradursi in un percorso accelerato della
pianificazione urbanistica e del sistema di monitoraggio in continuo. Il 13 ottobre 1997 furono 400 le
persone costrette ad evacuare e parecchi edifici subirono pesanti danni. Solo un anno venne
mantenuto lo stato di emergenza, venne progettato un intervento di 14,5 milioni di euro ma l’unica
operazione realizzata fu un terrazzamento in quelle stesse porzioni urbane franate nei giorni scorsi. Una
storia di progetti antichi e nuovi, tra il 1997 e il 2025, rimasti inattuati mentre il corpo di frana è rimasto
attivo e rischia di propagarsi verso il centro urbano. Oltre un miliardo e mezzo i danni secondo le stime
attuali. Pur essendo pienamente solidali agli abitanti di Niscemi così gravemente colpiti, non si può
restare passivi testimoni dinanzi alle responsabilità amministrative di chi avrebbe dovuto fronteggiare
la situazione con atti tempestivi in materia urbanistica comunale, di prevenzione del rischio e
progettazione, anziché dedicarsi a sterili e permanenti battaglie sul MUOS, come ho potuto constatare
di persona già nell’aprile del 2009 incontrando il Sindaco dell’epoca assieme ad alcuni esperti
dell’INGV. Altro scenario il ciclone Harry che ha picchiato duro in Sicilia, devastando interi litorali e zone portuali, in particolare sulla costa ionica ma investendo anche gli altri lati dell’isola. Venti di burrasca forte,
piogge torrenziali e mareggiate con onde fino a 12 metri hanno cancellato spiagge, stabilimenti balneari,
strade litoranee e tratti ferroviari, distrutto infrastrutture portuali e sventrato abitazioni. Stimati in circa
2 miliardi di euro i danni. Anche questo un evento estremo annunciato, dato che il Mediterraneo si è
trasformato in un hotspot climatico mondiale, con temperature del 20% superiori alla media globale,
dando luogo a siccità, progressiva desertificazione, ondate di calore e alluvioni, innalzamento del livello
del mare, tropicalizzazione degli ecosistemi marini, impatti negativi sulla biodiversità, l’agricoltura e la
sicurezza di milioni di persone. Il rapporto congiunto del Copernicus ECMWF2 Climate Change Service e dell’OMM conferma il riscaldamento accelerato del continente europeo sotto gli effetti del cambiamento climatico. Le tempeste sono state spesso violente e le inondazioni diffuse, con un netto contrasto delle condizioni climatiche tra Est e Ovest del continente. I cicloni, com’è noto, si formano quando masse d’aria calda e umida salgono rapidamente da zone di bassa pressione oceanica, come nel Mediterraneo, alimentate dalle acque calde (26-27°C), scontrandosi con l’aria molto fredda in alta quota. Non è un caso se lo scorso 17 gennaio 2026 la tempesta Harry si è formata all’altezza di Valencia, in Spagna, già
pesantemente colpita dalla DANA3 del 29 ottobre 2024, con i suoi 200 morti e oltre 100 feriti.
La situazione è quindi destinata ad aggravarsi nel breve e medio termine, ponendoci dinanzi alla
complessa problematica degli interventi di difesa, correggendo i gravi errori compiuti con l’intensiva
urbanizzazione della fascia costiera. E’ urgente una vera e propria inversione di marcia se già pensiamo
che entro il 2050 il 20% delle spiagge italiane potrebbe scomparire, percentuale che sale al 40% entro
il 2100. Le immagini dei danni causati da Harry lungo la costa siciliana ci fanno comprendere che tra
non molti anni tutta l’edilizia e le infrastrutture in prossimità dei litorali saranno a diretto contatto con il
mare, subendo la completa distruzione per gli eventi estremi che avranno certamente luogo.
Un’impresa di enormi proporzioni che dovrebbe indurre l’intero quadro politico e amministrativo a
galoppare con una pianificazione territoriale, urbanistica e di protezione civile all’altezza degli
incombenti scenari di rischio, nel reale interesse della sicurezza delle popolazioni.
Dobbiamo superare l’attuale carenza progettuale di tipo strategico e le perduranti lungaggini
burocratiche nei percorsi attuativi, come abbiamo potuto osservare nelle grandi alluvioni in Emilia-
Romagna tra il 2023 e il 2025, ove la mancata realizzazione dei bacini di compensazione già progettati
e degli interventi di bonifica/fortificazione degli argini fluviali ha causato gli ingenti danni e i gravissimi
disagi per la popolazione coinvolta dalle esondazioni.
Si rivela essenziale, in tale direzione, il rapporto di stretta collaborazione tra gli organismi di ricerca
scientifica e le singole amministrazioni locali, come nell’esempio del recente seminario di studi
dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) svoltosi a Ragusa lo scorso giugno con la
partecipazione attiva degli esperti locali. Un’esperienza che per l’ iniziativa del Libero Consorzio
Comunale, ha avviato una fase di monitoraggio multidisciplinare di tutti gli scenari di rischio del sistema
territoriale, con la realizzazione di reti di sorveglianza di ultima generazione come l’OSU-Osservatorio
sismico urbano nei Comuni classificati in zona sismica 1, le reti di monitoraggio idrogeologico e dei
fronti instabili, dell’intrusione salina negli acquiferi costieri, dello stato del mare e della qualità delle
acqua marine, degli apporti inquinanti da materie plastiche provenienti dalla serricoltura e la relativa
bonifica ambientale.
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