Chi ama l’estate e chi la odia: io la stimo ma non ci vivrei

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La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

Esistono due categorie antropologiche fondamentali, più solide di qualsiasi segno zodiacale: chi ama l’estate e chi la odia. La faglia che le separa non passa per la meteorologia, ma per l’anima. E in Italia, dove l’anima si esprime prevalentemente per interiezioni, la questione si complica in modo splendido.
Il primo gruppo, gli entusiasti, vive l’estate come una liberazione mistica: finalmente la luce, finalmente il mare, finalmente la scusa perfetta per non rispondere alle email. Sono persone che a giugno cominciano a parlare al plurale maiestatico: “si va al mare”, “si mangia fuori”, come se l’estate fosse un regno e loro ne fossero appena stati incoronati sovrani.


Il secondo gruppo, i detrattori, la vive invece come un’aggressione personale del sole nei loro confronti: il caldo è “opprimente”, la folla è “insopportabile”, l’aria condizionata è al tempo stesso indispensabile e colpevole di ogni torcicollo dell’emisfero occidentale. In psicologia si direbbe che i primi hanno un locus of control interno rispetto al piacere, i secondi un locus of control esterno rispetto al fastidio. In italiano si direbbe, più semplicemente, che sono gli stessi individui, nello stesso corpo, a giorni alterni.

Perché qui sta il colpo di genio antropologico: l’italiano medio non appartiene a nessuna delle due categorie. Le contiene entrambe, simultaneamente, con la stessa disinvoltura con cui contiene un espresso e un digestivo nello stesso pasto. Ama l’estate con trasporto epico, la definisce “la sua stagione”, si commuove davanti a un tramonto che ha già visto quattromila volte e nello stesso respiro la maledice: fa troppo caldo, ci sono troppe zanzare, il mare è troppo pieno, gli agosto sono “diventati un incubo”, la movida è un caos incivile e ingovernabile. Non è ipocrisia. È una forma di devozione che si esprime per negazione, come certi amori che si dichiarano solo litigando.
Il lamento, in fondo, è la lingua franca nazionale, l’esperanto affettivo con cui gli italiani si riconoscono tra loro come le lucciole nel buio. Non è pessimismo: è un rituale sociale di appartenenza, una liturgia laica che si celebra al bar, in spiaggia, in coda all’ufficio postale. Lamentarsi del caldo non è constatare un dato termico, è offrire all’interlocutore un varco relazionale: “anche tu soffri come me?”. Chi risponde “sì, un caldo assurdo” ha appena stretto un patto di fratellanza più solido di qualsiasi giuramento. La psicologia sociale lo chiamerebbe “bonding attraverso la lagnanza condivisa”; i siciliani, con più sintesi, lo chiamano “sfogarsi”.

C’è poi una sottile perversione temporale in tutto questo: l’italiano rimpiange l’estate già mentre la vive. A ferragosto, nel pieno della sua gloria assolata, comincia già a dire “ormai le giornate si accorciano”, con la stessa malinconia con cui Ulisse, appena sceso dalla nave, probabilmente pensava già alla prossima partenza. È la nostalgia anticipata, il lutto che comincia prima della perdita, un meccanismo di difesa che protegge dal dolore vivendolo in anticipo, a piccole dosi, come un vaccino contro la fine delle vacanze.
E allora, forse, la vera cifra psicologica dell’estate italiana non è né l’amore né l’odio, ma quella terza via tutta nostrana che si chiama “voluttà del lamento”: il piacere sottile di soffrire qualcosa di bellissimo, ad alta voce, in buona compagnia. Del resto un popolo capace di lamentarsi del sole in un paese baciato dal sole per otto mesi l’anno non sta manifestando un disturbo dell’umore. Sta semplicemente confermando, ogni estate, di avere ancora qualcosa da perdere.

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