AL TEATRO GARIBALDI VA IN SCENA “LA PATENTE” DI PIRANDELLO

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Venerdì 23 marzo alle ore 21 al Teatro Garibaldi (Corso Umberto I, 207) la Compagnia del Piccolo Teatro di Modica e Hobby Actor(s) porteranno in scena “La patente” di Luigi Pirandello, per la regia di Marcello Sarta. Si tratta di un classico della drammaturgia pirandelliana, rivisitato dal regista con l’intento e lo scopo, da un lato, di mettere in risalto l’aspetto drammatico, la sua amara ironia; dall’altro di far emergere i pensieri e i significati sociali impliciti, con l’intervento dello stesso scrittore e di figure immaginarie che tradurranno in movimenti espressivi gli stati d’animo dei vari personaggi.  Il protagonista, Rosario Chiàrchiaro, cui è stata inflitta l’etichetta di “jettatore”, subisce una mortificante e deprimente esclusione dalla società. Nel tentativo di capovolgere a proprio vantaggio la superstizione popolare, pensa bene di sfruttare la sua “potenza terribile” vestendosi come un vero e proprio portatore di sfortuna e chiedendo a un tribunale di riconoscere e legittimare le sue “virtù”. A indossare i panni del Chiàrchiaro sarà il noto attore e cabarettista Piero Pisana, invece Fatima Palazzolo interpreterà la figlia Rosinella. Marcello Sarta (giudice istruttore) sarà affiancato da Corrado Bonuomo, Marco Giurdanella e Piero Pitino (tre giudici) e Carmelo Cavallo (l’usciere Marranca), con la partecipazione di Tanino Giacchi.    

Completano il cast Sandra Celeste e Chiara Zocco (movimenti espressivi), Ornella Fratantonio, Gioele Iaconinoto, Leonardo Iaconinoto, Sofia Sarta e Riccardo Tona (figure immaginarie). Emergono dalla rappresentazione molti dei temi cari al Nobel agrigentino, come gli intrecci relazionali fra gli individui, alterati da pregiudizi, preconcetti e proiezioni applicate in base ad apparenze, giudizi superficiali e di convenienza. La patente inoltre affronta il classico tema pirandelliano del contrasto fra ciò che siamo e ciò che pensano di noi. Esso emerge per mezzo di una vicenda legata all’ignoranza e alla superstizione di una società culturalmente arretrata, dove addirittura i giudici credono alla iettatura e al malocchio. L’etichetta, la maschera insopportabile e il ruolo plasmati dagli altri sono talmente penetranti che la vittima si immedesima in esse e non può ribellarsi, ma solo accettare il proprio destino. La perdita di senno, reale o fittizia, resta l’unica difesa da una società così concepita.  

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