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“Agghiacciante disumanità”: il giudice descrive il cinismo dopo il pestaggio di Davide Cavallo
04 Giu 2026 09:24
Ci sono frasi che pesano più di una sentenza. Parole che, una volta lette, riescono a descrivere meglio di qualsiasi ricostruzione processuale la profondità di una tragedia umana. È il caso delle motivazioni con cui il giudice dell’udienza preliminare di Milano, Alberto Carboni, ha condannato a venti anni di carcere Alessandro Chiani, ritenuto responsabile del tentato omicidio e della rapina ai danni dello studente universitario Davide Cavallo, brutalmente aggredito nella notte del 12 ottobre sotto i portici di viale Monte Grappa.
Nelle oltre cento pagine depositate dal magistrato emerge un quadro che va ben oltre la semplice cronaca giudiziaria. A colpire non è soltanto la violenza dell’aggressione, ma l’atteggiamento mostrato dagli imputati nelle ore successive ai fatti.
“Le parole di Alessandro Chiani e degli altri ragazzi consegnano uno spaccato di agghiacciante disumanità”, scrive il giudice. Un’espressione durissima che fotografa ciò che gli investigatori hanno ascoltato attraverso le intercettazioni effettuate negli uffici della Questura.
Secondo quanto riportato nelle motivazioni, nessuno dei presenti manifestò stupore o preoccupazione nell’apprendere che Davide Cavallo stava lottando tra la vita e la morte. Un dettaglio che, per il magistrato, rappresenta una chiave fondamentale per comprendere il profilo psicologico degli autori dell’aggressione.
“Ciò che rileva è la mancanza di stupore per il fatto che la vittima si trovava in pericolo di vita”, sottolinea Carboni.
Ancora più sconvolgente è il passaggio che riguarda la reazione di Chiani quando venne informato delle conseguenze riportate dal giovane universitario. Davide rischiava di restare paralizzato. Una notizia che avrebbe provocato sgomento in chiunque. Ma non, secondo quanto emerge dagli atti, nel principale imputato.
“Stando alle sue stesse parole, la reazione avuta dopo aver appreso delle drammatiche conseguenze delle sue azioni è stata quella di continuare a ridere”, scrive il giudice.
Una frase che compare nelle conversazioni intercettate. A un amico che gli chiedeva se si fosse messo a piangere, Chiani avrebbe risposto: “Non so perché, però continuo a ridere”.
Per il magistrato si tratta di un comportamento che “si pone oltre le soglie più estreme di freddezza e cinismo”.
L’aggressione, consumata in pochi secondi, ha avuto conseguenze devastanti. Il giudice ricorda come l’intero pestaggio sia durato appena 21 secondi. Ventuno secondi che hanno cambiato per sempre la vita di un ragazzo poco più che ventenne.
Le conseguenze riportate da Davide Cavallo sono state gravissime e richiederanno assistenza medica e percorsi riabilitativi per tutta la vita. Per questo motivo il tribunale ha disposto una provvisionale immediatamente esecutiva di 500 mila euro, riconoscendo la necessità di sostenere le ingenti spese assistenziali già affrontate dalla famiglia.
Ma, osserva il giudice, non esiste cifra capace di compensare ciò che è stato perduto.
“Non c’è somma di denaro che possa cogliere la devastazione esistenziale che un minuto di crudeltà ha causato alla vita di un ragazzo poco più che ventenne”, si legge nelle motivazioni.
Una devastazione che non riguarda soltanto la vittima. Il provvedimento evidenzia infatti come l’intera famiglia sia stata travolta da quella notte di violenza.
“La gravità della situazione clinica di Davide ha stravolto l’esistenza dei familiari”, scrive Carboni. Genitori e fratello hanno dovuto ridefinire le proprie vite personali e professionali per assisterlo quotidianamente. A questo si aggiunge l’angoscia di chi ha visto un figlio e un fratello sospeso tra la vita e la morte e costretto ad affrontare conseguenze permanenti.
Nelle motivazioni trova spazio anche la posizione del coimputato Ahmed A., condannato a dieci mesi dopo la riqualificazione delle accuse in omissione di soccorso. Secondo il giudice non è stato possibile dimostrare con sufficiente certezza che la sua presenza abbia avuto un ruolo di sostegno psicologico agli autori materiali dell’aggressione.
Resta invece il peso di una vicenda che continua a interrogare l’opinione pubblica sul tema della violenza giovanile e sulla progressiva perdita di empatia che emerge da alcune dinamiche criminali contemporanee.
La sentenza pronuncia una condanna penale. Le motivazioni, però, sembrano andare oltre il diritto e pongono una domanda che riguarda l’intera società: come si arriva a ridere davanti alla sofferenza di una persona che sta lottando per sopravvivere?0
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