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LA CASA, UN DIRITTO?
02 Mar 2014 12:33
“Devo lasciarmi impaurire da queste denunce penali che non hanno nessun fondamento giuridico, e tanto meno morale, o devo continuare, e anzi con energia maggiore, a difender come posso la povera gente senza casa e senza lavoro? (…) Un sindaco che per paura dei ricchi e dei potenti abbandona i poveri –sfrattati, licenziati, disoccupati e così via- è come un pastore che, per paura del lupo, abbandona il suo gregge”. Era Giorgio La Pira a scrivere, al tempo in cui era sindaco di Firenze e l’amico Meucci lo aiutò a scovare un appiglio giuridico, risalente al 1865, in base al quale il sindaco poteva procedere alla requisizione di alloggi e alla loro concessione a cittadini in situazioni d’emergenza.
Non che La Pira rappresentasse un indiscusso esempio di lustro, ma in questo caso, l’esempio è di indiscutibile forza politica e umana.
A cinquant’anni di distanza, a Firenze, come a Roma, a Genova e in moltissimi altri centri italiani, dinanzi il dilagante problema degli sfratti, del dissesto abitativo e della speculazione edilizia, i sindaci sembrano appannati, invece, dalle ingloriose possibilità di guadagno e dai tanti favoritismi di potere.
Un diritto, quello alla casa, garantito dalla Costituzione, che lo annovera tra le libertà fondamentali tutelate dal disposto degli art 2 e 3, poiché, di conseguenza, la sua mancanza limita di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impedendone il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Eppure, sempre più spesso, pare che alla nostra legge poco importi che quei muri costituiscano mutui ergastolani, che sul suo valore economico le famiglie italiane tradizionalmente contino come ultimo capitale di riserva, che nei valori sentimentali ed estetici degli italiani l’abitazione abbia l’indiscutibile valore identitario di una patria privata e sicura.
Pare che poco importi alle istituzioni, che la costituzione e i diritti imprescindibili dovrebbero tutelare e applicare, che sempre più spesso il tema della casa diventa motivo di speculazione, di mercificazione, di sfruttamento e subalternità, a favore di manovre politiche asservite a interessi speculativi e di mal gestione burocratica e strumentale a tali loschi interessi.
Sempre meno sporadicamente le istituzioni dimenticano il valore primigenio e sociale del diritto ad un tetto sulla testa anche per chi non abbia soldi, mezzi, radici.
In parlamento il M5s si mobilita con la presentazione di una mozione che prevede di utilizzare il patrimonio immobiliare pubblico già esistente, bloccandone le vendite speculative, e l’immenso patrimonio immobiliare privato di appartamenti costruiti e rimasti invenduti negli ultimi anni. Immobili vuoti sui quali i costruttori, dopo aver devastato periferie e città, sono stati esentati anche dal pagare l’IMU.
Nelle città, invece, su questo diritto sociale alla casa è cresciuto il fenomeno delle occupazioni, prima di abitazioni, poi di spazi collettivi.
In moltissime città italiane si sono costituiti movimenti e collettivi di difesa, composti da lavoratori, studenti, disoccupati, famiglie e precari che condividono il problema della casa.
Solo a Genova, per esempio, si denunciano le quasi 20 mila case sfitte a fronte delle 7 mila richieste per alloggi popolari.
Nel 2013 le richieste erano state 4 mila e le assegnazioni solo 300. Sono nel 2012 si sono registrati 1436 sfratti, quasi 4 al giorno, che sono diventati 6 all’alba di questo 2014.
Tra questi alloggi lasciati al degrado e all’abbandono, gran parte sono di proprietà della Sovraintendenza Regionale che, nel 2010, aveva dato avvio ad un piano speculativo di edilizia che volutamente trascurava di ristrutturare gli immobili pubblici e gli alloggi popolari, ufficialmente “per mancanza di fondi”, ufficiosamente per svenderli.
Da anni il movimento per la casa di Genova si batte con questa politica amorale e sempre di più sono le personalità che si avvicinano, anche perché sempre più diffuso diventa il problema. Tra le ultime iniziative fondamentale è stata l’occupazione, sabato 1 febbraio, al civico 3 di piazza Sauli, nel centro storico di Genova, a pochi passi da San Lorenzo.
Si tratta della prima grande occupazione collettiva con tre nuclei familiari. L’ala occupata dello stabile, un palazzo dei Rolli che risale alla fine del 1400, era da tempo vuota e in fase di ristrutturazione.
«Con l’occupazione di questo stabile oggi facciamo un primo passo verso la collettivizzazione di questa pratica come unica risposta politica alle contraddizioni del sistema-casa. Organizzando a Genova una lotta diffusa e consapevole per la riappropriazione dello sfitto, unendoci ad altre realtà che in Italia portano avanti la stessa vertenza, possiamo iniziare a cambiare i rapporti di forza tra chi è responsabile di tutto questo e chi, come noi, vi si contrappone».
M.S.
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