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Non è morto soltanto un campione: con Mazzola se ne va l’ultimo pezzo di un calcio che non tornerà più
19 Set 2026 10:42
(di Giuseppe Ragona) – Triplice fischio finale sulla Grande Inter. Se ne va Sandro Mazzola, e con lui il pezzo finale di un mosaico immortale. Era rimasto lui l’ultimo baluardo, l’ultimo custode in terra della leggenda di quello squadrone costruito da Angelo Moratti e affidati alle mani “magiche” di Helenio Herrera. Ora che anche “Mazzolino” ha posato gli scarpini, si chiude una parabola vissuta al ritmo poetico di quelle stagioni irripetibili, impresse per sempre nella memoria collettiva.
Mazzola ha incarnato l’essenza stessa dell’interismo: una devozione totale per una sola maglia, un orgoglio viscerale intriso di eleganza, sofferenza e trionfi epici. Ha rappresentato quell’appartenenza fiera che non si piega mai, lo spirito di chi sa lottare sul campo con classe e tenacia, diventando punto di riferimento morale e sportivo per generazioni di tifosi nerazzurri. Viene in mente il celebre monologo di Radiofreccia, quando Luciano Ligabue faceva dire al suo Freccia di credere alle rovesciate di Bonimba e al sinistro di Mario Corso. In quella litania laica di speranza e nostalgia, il nome di Sandro Mazzola risuonava insieme a quelli di Corso e Luis Suárez: non semplici calciatori, ma punti cardinali della giovinezza di generazioni intere, simboli di un’epoca in cui bastava un numero sulla maglia per sognare.
Tra i ricordi di una carriera da gigante, c’era un legame speciale con il Sud. La Sicilia, e Catania in particolare, gli avevano sempre portato fortuna. Su quell’erba del “clamoroso al Cibali”, Mazzola sorrideva e pungeva con la grazia del suo passo felpato, 4 gol in tre partite, tre vittorie verso altrettanti scudetti. Gli anni Sessanta, d’altronde, sono stati il palcoscenico del suo dualismo infinito con Gianni Rivera. Una rivalità elegante e accesa, nata a San Siro tra le due sponde del naviglio e deflagrata nei bar, nei giornali e in Nazionale con la famosa “staffetta”.
Il dinamismo e la progressione di Mazzola contro la classe pura e la visione di Rivera. Un dibattito infinito che ha diviso un Paese intero in due fazioni innamorate, regalando alla storia del calcio la sua epoca d’oro. Ma al di là dei successi, delle Coppe dei Campioni e delle sfide stellari, il destino di Sandro si compie in un abbraccio rimasto in sospeso per oltre settant’anni. Oggi Sandro riannoda quel filo spezzato nel maggio del 1949 sulla collina di Superga.
Oggi ritroviamo l’immagine di quel bambino di sei anni che cerca la mano di papà Valentino, il capitano del Grande Torino, andato via troppo presto. Oggi quel bambino è finalmente tornato a casa. E guardando verso il cielo, immaginiamo un padre che lo stringe di nuovo a sé, orgoglioso di quel figlio che non solo ne ha ereditato il nome, ma ha saputo portare quel cognome leggendario fino alle vette più alte del calcio mondiale. Per questo oggi, mentre la Milano del pallone guarda al futuro e al progetto di un nuovo impianto, si rilancia a gran voce un’idea dal profondo valore simbolico: intitolare il nuovo stadio di Milano alle due più grandi bandiere delle due sponde del Naviglio, Sandro Mazzola e Franco Baresi. Un omaggio unico per celebrare insieme le anime di Inter e Milan e la grandezza di una città che vive di questo confronto.
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