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“Il femminicidio esiste”: perché darei questa traccia agli esami di Maturità
18 Giu 2026 07:33
La rubrica dello psicologo a cura di Cesare Ammendola
Ho un sogno. Spero che, a proposito di vera maturità, alle ragazze e soprattutto ai ragazzi oggi all’esame venga data una traccia come questa: “Il femminicidio esiste. Illustri il candidato le ragioni per cui il femminicidio esiste davvero purtroppo. Lo spieghi nelle prossime sei ore. E nei prossimi cento anni della sua vita.”
E comunque. Cambiano i ministri, cambiano le regole, cambiano perfino i nomi. Ma c’è una cosa che resiste a ogni riforma: l’ansia da Maturità.
Nel 2026 torna ufficialmente una parola che sembrava appartenere ai racconti dei genitori e alle canzoni di Venditti: non più soltanto “Esame di Stato”, ma di nuovo “Esame di Maturità”. Una scelta linguistica che, dal punto di vista psicologico, racconta molto. Perché la Maturità (difficile da misurare) non misura soltanto ciò che uno studente sa, ma ciò che crede di essere diventato.
Quest’anno le novità non mancano. Il colloquio orale diventa obbligatorio e non sarà più possibile aggirarlo per protesta critica confidando nei punti accumulati con gli scritti. Nella valutazione compare persino un nuovo parametro: il grado di maturazione personale, autonomia e responsabilità raggiunto al termine del percorso scolastico. Come dire: non basta sapere Leopardi, bisogna anche essere sopravvissuti a cinque anni di verifiche, gruppi WhatsApp e interrogazioni alle otto del mattino.
Eppure, mentre il Ministero aggiorna griglie e commissioni, la psicologia degli studenti resta sorprendentemente stabile. Da decenni la Maturità rappresenta il grande rito di passaggio italiano: una soglia simbolica più che un esame. È il momento in cui un ragazzo scopre che un foglio protocollo bianco può apparire vasto quanto l’oceano.
La tradizionale “notte prima degli esami”, quest’anno, slitta di ventiquattr’ore. La prima prova si svolge giovedì 18 giugno e non di mercoledì come da abitudine. Un dettaglio minimo, apparentemente. Ma l’ansia è una creatura sensibile ai dettagli: basta spostare una data perché migliaia di studenti avvertano la sensazione che l’universo abbia modificato il proprio asse di rotazione.
Nel frattempo impazza il consueto toto-tracce. Sarà l’anno di D’Annunzio? Ci sarà un tema dedicato agli ottant’anni della Repubblica? Gli studenti formulano ipotesi come antichi sacerdoti che interpretano i segni del cielo. L’unica persona che conosce davvero la risposta è il ministro, figura che per qualche settimana assume i tratti di un personaggio mitologico: custode dei misteri ministeriali e delle sette tracce destinate a mezzo milione di adolescenti.
Alle 8.30 del giorno stabilito il plico digitale verrà aperto e il destino prenderà la forma di una pagina stampata. Le possibilità saranno quelle di sempre: analizzare un testo letterario, costruire un ragionamento argomentativo oppure riflettere sull’attualità. Dietro queste formule scolastiche si nasconde però una domanda molto più semplice: sai organizzare il tuo pensiero quando qualcuno ti osserva?
Perché la prima prova non valuta soltanto grammatica e sintassi. Misura la capacità di mettere ordine nel caos delle idee, di sostenere una tesi, di trovare parole adeguate alle proprie intuizioni. In altre parole, valuta una competenza che servirà ben oltre la scuola: trasformare i pensieri in discorso.
Naturalmente esistono anche i rituali pratici. Si entra con una penna, un dizionario e una dose variabile di fiducia in se stessi. Restano fuori smartphone, smartwatch e ogni altro oggetto capace di connettersi al mondo. Per sei ore si torna a una dimensione quasi archeologica: un essere umano, un foglio e le proprie risorse cognitive.
Anche le commissioni cambiano volto: meno componenti, più incertezza, qualche correttore esterno in più. Ma il vero giudice, come sempre, non siede dietro una cattedra. È quella voce interiore che da settimane sussurra: “E se non fossi abbastanza preparato?”.
La buona notizia è che la Maturità non è mai stata un esame perfetto delle conoscenze. È soprattutto un esame del rapporto che ciascuno ha con l’errore, con l’attesa, con la paura di essere valutato. E forse il motivo per cui la ricordiamo per tutta la vita è proprio questo: non perché ci abbia chiesto chi fosse D’Annunzio, ma perché ci ha costretti a scoprire chi eravamo noi davanti a una sfida.
Le regole cambiano. Le griglie si aggiornano. Le commissioni si riducono. L’ansia, invece, resta una grande tradizionalista. E ogni giugno torna puntuale all’appuntamento, sedendosi accanto agli studenti come una compagna di banco indesiderata. Salvo poi svanire, quasi sempre, non appena viene consegnato l’ultimo foglio.
E comunque, ripeto, io per rimanere nel cuore dell’attualità, a proposito di autentica maturità, alle ragazze e soprattutto ai ragazzi oggi all’esame darei una traccia del tipo: “Il femminicidio esiste. Illustri il candidato le ragioni per cui il femminicidio esiste davvero. Lo spieghi nelle prossime sei ore. E nei prossimi cento anni della sua vita.”
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