Santa Venera e il tesoro nascosto del Medioevo modicano: dopo anni di studi e appelli qualcosa sembra muoversi

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Per molti modicani è poco più di un nome che identifica una zona della città. Eppure Santa Venera custodisce uno dei luoghi più antichi e affascinanti della storia di Modica, una testimonianza preziosa del periodo bizantino e della presenza del cristianesimo rupestre nel territorio ibleo.

La chiesa rupestre di Santa Venera, scavata nella roccia e risalente probabilmente tra il VI e il VII secolo dopo Cristo, rappresenta infatti uno dei più importanti reperti archeologici medievali della città. Un luogo che racconta la geografia del sacro in una Modica molto diversa da quella che conosciamo oggi, quando il culto si sviluppava anche attraverso piccoli insediamenti religiosi rupestri disseminati lungo le vallate e le pendici della città.

Per decenni il sito è rimasto poco conosciuto al grande pubblico, nonostante il suo straordinario valore storico. A riportarlo all’attenzione degli studiosi è stata soprattutto l’attività dell’archeologa modicana Annamaria Sammito, figura di riferimento dell’archeologia siciliana, che negli anni Novanta dedicò importanti ricerche alle chiese rupestri del territorio modicano, censendo e studiando numerosi siti medievali. Fu proprio nel corso delle sue ricerche sull’insediamento rupestre di Modica che la studiosa approfondì anche la conoscenza della chiesetta di Santa Venera, contribuendo a farne emergere l’importanza storica e religiosa.

Negli anni successivi la Sammito pubblicò diversi studi scientifici sul complesso e sull’intero sistema delle chiese rupestri del territorio, lavori che ancora oggi costituiscono un punto di riferimento per gli studiosi dell’archeologia medievale.

Non sono mancati neppure gli appelli per la sua valorizzazione. Diverse associazioni culturali e studiosi hanno più volte denunciato lo stato di degrado e la scarsa fruibilità del sito, chiedendo interventi di recupero e una maggiore attenzione da parte delle istituzioni. Anche il FAI, attraverso le iniziative dedicate ai “Luoghi del Cuore”, ha contribuito negli anni ad accendere i riflettori sul patrimonio rupestre modicano e sulla necessità di preservare testimonianze uniche della storia cittadina.

Del resto Santa Venera non rappresenta un caso isolato. Insieme a San Nicolò Inferiore, alla chiesetta di San Giacomo, al Castello dei Conti, al complesso del Carmine e ad altri monumenti medievali, costituisce un tassello fondamentale di quella Modica che precede il grande sviluppo barocco e che ancora oggi conserva tracce preziose della propria identità storica.

Proprio di questo si è discusso nei giorni scorsi durante l’incontro di studio “Modica e il suo Medioevo: da San Nicolò a Santa Venera”, promosso dalla Fondazione Grimaldi, dall’Unitre, dal Centro Studi della Contea e dal Rotary Club di Modica. Gli interventi della professoressa Eugenia Calvaruso, dell’archeologo Saverio Scerra e dello storico Uccio Barone hanno ribadito la necessità di una concreta valorizzazione dei siti medievali modicani, spesso poco conosciuti anche dagli stessi cittadini.

E qualcosa, dopo anni di attese, sembra effettivamente muoversi. Nelle ultime ore l’onorevole Ignazio Abbate è intervenuto sull’argomento, lasciando intendere l’esistenza di interlocuzioni e possibili iniziative finalizzate al recupero e alla valorizzazione della chiesa rupestre di Santa Venera. Al momento non si conoscono ancora dettagli operativi né eventuali tempistiche, ma il semplice fatto che il tema sia tornato al centro del dibattito istituzionale rappresenta un segnale che molti appassionati di storia e tutela del patrimonio culturale attendevano da tempo.

La speranza è che agli annunci possano finalmente seguire interventi concreti. Perché Santa Venera non è soltanto un reperto archeologico: è una pagina fondamentale della storia di Modica che aspetta ancora di essere pienamente restituita alla città.

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