L’Italia alza il livello di attenzione sull’Hantavirus dopo l’aumento dei casi sospetti registrati nelle ultime ore. Sono sei le persone finite sotto osservazione sanitaria, mentre il Ministero della Salute ha attivato protocolli straordinari di monitoraggio negli aeroporti, nei porti e nei principali punti di ingresso del Paese. L’ultimo caso riguarda una turista argentina ricoverata in […]
Il mistero degli aerei e dei virus
14 Mag 2026 08:34
La rubrica dello psicologo a cura di Cesare Ammendola
Aerei che solcano cieli sospetti, virus con nomi esotici: benvenuti nell’ipocondria geopolitica del nostro quotidiano.
C’è qualcosa di straordinariamente umano nel modo in cui, appena il cielo si affolla di aerei non identificati (traduco: non è normale quindi è la guerra) noi italiani (iblei) alziamo la testa con quell’espressione particolare che mescola saggezza popolare e panico ancestrale. Il rombo di un motore militare è diventato il nuovo temporale: un segno, un presagio, una scusa per telefonare alla sorella che non sentiamo da tre mesi. La psicologia chiama questo “ipervigilanza situazionale”. Noi lo chiamiamo “stare all’erta”. La distinzione, dicono gli esperti, è sottile ma cruciale. L’ipervigilante non sa distinguere tra un velivolo Nato in esercitazione e l’inizio della Terza Guerra Mondiale. L’uomo che “sta all’erta”, invece, lo sa benissimo e sceglie comunque di non distinguere, perché l’ambiguità è, in fondo, molto più interessante. L’ansia collettiva si nutre di silenzio istituzionale. Dite alla gente cosa sorvola le sue teste, oppure rassegnatevi: lo deciderà lei.
Il fenomeno ha radici solide. Viviamo in un tempo di guerre reali, di confini ridisegnati, di notizie che arrivano prima delle analisi. Ogni giovedì mattina, qualcuno pubblica una mappa con frecce rosse. Il giovedì pomeriggio, la stessa mappa circola in otto gruppi WhatsApp familiari con il commento “avete visto?”. Il venerdì, la psicosi è matura. Il sabato, ci si dimentica perché c’è il mercato. Questa è, in sintesi, l’arco narrativo della nostra salute mentale collettiva: acuta nell’allarme, miracolosamente resiliente nel dimenticare.
Ma, della serie “non ci facciamo mancare niente”, poi è arrivato l’Hantavirus. O meglio: è tornato a circolare come notizia, che non è esattamente la stessa cosa, ma al cervello limbico questa distinzione sfugge completamente. La parola “virus” ha ormai il potere di un incantesimo: pronunciata, produce effetti immediati. Qualcuno ha cercato su Google. Qualcun altro ha aperto una mascherina rimasta in un cassetto dal 2021. Una persona, da qualche parte, ha già ordinato il disinfettante. E lievito a casse.
È qui che la psicologia incontra la memoria traumatica. Il Covid non ci ha lasciato solo anticorpi: ci ha lasciato uno schema cognitivo pronto all’uso, una sorta di manuale di istruzioni per l’apocalisse. Febbre? Schema attivato. Polmoni che fanno strano? Schema attivato. Un nome di virus che non si pronuncia bene e che coinvolge roditori selvatici? Schema attivato, volume al massimo, finestre chiuse.
Il lockdown ci ha insegnato che casa è un luogo sicuro. Ma la scuola, l’economia, la vita sono più fragili di come potessimo pensare.
Eppure, ed è qui il punto, il nocciolo, il luogo dove la psicologia smette di essere ironica e diventa onesta, queste paure non sono stupide. Sono costose, distorcenti, spesso mal indirizzate. Ma nascono da un’intelligenza reale: il mondo è cambiato, le minacce sono aumentate, e il corpo ha imparato a non fidarsi della calma apparente. Abbiamo vissuto un’epoca in cui il peggio è puntualmente accaduto. Diffidare del cielo sereno, adesso, ha una sua logica evolutiva.
La vera domanda non è perché abbiamo paura. La vera domanda è: cosa ne facciamo? La risposta della psicologia è, come sempre, esasperante nella sua semplicità: tollerare l’incertezza. Non risolverla. Non googlarla fino alle tre di notte. Tollerarla. Convivere con l’aereo nel cielo senza saperlo nominare. Con il virus che c’è ma non ci riguarda, ancora. Con il fatto che il mondo è vasto, complesso, e deliberatamente non consultabile prima di agire.
Difficile? Sì. Impossibile? No. E nel frattempo, alzare gli occhi al cielo ogni tanto non fa male. È sempre stato il nostro modo più antico di cercare risposte. Solo che una volta, lassù, ci mettevamo le stelle.
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