San Giorgio a Modica, tra fede e consenso: il monito del Vescovo e un altro nodo irrisolto che è quello della politica

C’è un momento, nelle parole di un vescovo, in cui la pastorale si fa lettura del tempo. La scelta di Salvatore Rumeo, Vescovo di Noto, lo avete letto dall’articolo della collega Cinzia Vernuccio, di irrompere, quasi teatralmente, nella festa di San Giorgio a Modica, dichiarando “non sono ospite, ma padrone di casa” è un segnale forte. Ed ecco che la sua pastorale è divenuta in diretta televisiva una lucida lettura del presente attraverso la quale non ha rivendicato solo un ruolo ecclesiale, ha tracciato un confine. Un confine che, negli anni, si era fatto sempre più labile.

Tra sacro e popolare: una convivenza antica, ma fragile

La festa di San Giorgio, cuore pulsante della Modica più barocca e identitaria, è da sempre un crocevia di linguaggi: fede, tradizione, appartenenza. E, inevitabilmente, anche folklore. Sarebbe ingenuo, e storicamente impreciso, immaginare una devozione “pura”, sterilizzata da ogni forma di espressione popolare. Le corse, i colori, i suoni, perfino gli eccessi: tutto questo è parte di una religiosità incarnata, che vive nelle piazze prima ancora che nelle navate. Il folklore, in questo senso, non è una degenerazione. È una traduzione. Una lingua imperfetta, certo, ma autentica. E allora il punto non è negare l’esuberanza, ma comprenderne l’origine: una fede che si fa corpo, gesto, voce. Anche quando rischia di diventare rumore.

Il richiamo del Vescovo: “Non un corteo, ma una processione”

Quando mons. Rumeo parla di “corteo” e non più di “processione”, compie un’operazione semantica precisa. Denuncia uno slittamento: dalla centralità del sacro alla spettacolarizzazione dell’evento. Il suo è un invito al discernimento, parola antica quanto necessaria. Ridare misura, restituire senso, ricondurre la festa a un asse spirituale. Ma qui si apre una questione più sottile e forse più scomoda.

Il vero nodo: la politica dentro la festa

Perché se è vero che il folklore può eccedere, è altrettanto vero che raramente lo fa da solo. Negli ultimi anni, molte feste religiose e le comunità religiose , e quella di San Giorgio non fa eccezione, sono diventate terreno fertile per una dinamica ben nota: la costruzione del consenso. Contributi, presenze politiche (e non solo istituzionali delle quali non si discute), sempre più marcate. Una presenza che, spesso, non è neutra. La festa cresce, si amplifica, si spettacolarizza. Perchè più si fa spettacolo più richiama gente che sono anche elettori.Ma a quale prezzo? Il rischio è che il sacro diventi contenitore e non più contenuto. Che la devozione si trasformi in scenografia. Che la comunità venga letta e utilizzata come un bacino elettorale più che come un corpo spirituale. E qui il tema non è più il folklore. È la dipendenza.

Una responsabilità condivisa (anche ecclesiale)

Sarebbe troppo facile attribuire ogni colpa alla politica. La verità, più complessa, chiama in causa anche le comunità parrocchiali. Accettare finanziamenti, aprire a determinate dinamiche, significa inevitabilmente entrare in una relazione. E ogni relazione, soprattutto quando è asimmetrica, comporta un prezzo. Non si tratta di malafede. Piuttosto di una consuetudine sedimentata, quasi normalizzata. Ma proprio per questo, oggi, meritevole di essere interrogata. E forse è qui che si intravede la mossa più lucida del Vescovo: utilizzare il tema del “paganesimo” come varco per affrontare una questione più profonda, meno visibile ma decisiva, quella politica che di certo non poteva affrontare pubblicamente e di petto.

Oltre la polemica: una possibilità di rinascita

Il dibattito aperto da mons. Rumeo quindi non va archiviato come una sterile contrapposizione tra “tradizionalisti” e “modernisti”. Sarebbe riduttivo. È, piuttosto, un’occasione. Per ripensare il rapporto tra fede e rappresentazione. Per ridefinire i confini tra comunità e potere. Per restituire alla festa ciò che le è proprio: non la perfezione, ma l’autenticità.La devozione, in pratica, per restare tale, ha bisogno di essere liberata da ciò che la appesantisce. Non dagli uomini. Ma dalle loro convenienze.

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