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Tentato omicidio a Vittoria: in aula la vittima, ex collaboratore di giustizia. “Nessun sospetto, non li conosco, solo chiacchiere di paese”
13 Set 2026 09:50
Il processo per il tentato omicidio dell’ex collaboratore di giustizia avvenuto a Vittoria il 25 aprile del 2024 ha visto deporre in aula la vittima, che si è costituita parte civile attraverso l’avvocato Donato Grande.
Secondo quanto era stato ricostruito dagli inquirenti, poco prima delle 8 del mattino, di quel 25 aprile, la vittima aveva imboccato una stradina nei pressi del cimitero di Vittoria e lì sarebbe rimasto vittima dell’agguato. Sei colpi esplosi: due avevano colpito l’ex collaboratore. Il primo, all’orbita oculare, con l’ogiva che si poi conficcata nel setto nasale (un doppio intervento chirurgico per rimuoverla), il secondo alla nuca. Altri due colpi finirono la loro corsa nel poggiatesta e, nella fuga, un quinto e sesto colpo si infransero nel lunotto posteriore e nella fiancata dell’autovettura. La vittima riuscì a fuggire e a chiamare i soccorsi. L’ex collaboratore, uno dei killer del clan Carbonaro Dominante, (alle spalle condanne per 416 bis e associazione mafiosa), alla fine del suo ‘contratto con lo Stato’ per la collaborazione, era rientrato a Vittoria.
Nel corso della sua deposizione in aula, davanti al Tribunale collegiale di Ragusa (presidente Ignaccolo, a latere Piscopo e Di Sano) l’ex collaborante ha dichiarato in sostanza di non conoscere i presunti attentatori, di non avere sospetti su alcuno e che eventuali sospetti a cui era giunto, sarebbero stati frutto solo di “chiacchiere di paese”. E nemmeno, nel corso del suo contratto di collaborazione con lo Stato, avrebbe accusato qualcuno, tanto da far pensare ad una vendetta.
IL MOVENTE
Secondo le indagini condotte dalla Polizia (Squadra mobile, Scientifica e commissariato di Vittoria) e coordinate dalla direzione distrettuale antimafia di Catania, le imputazioni contestate al gruppo che è finito a processo, alla base dell’agguato del gruppo criminale ci sarebbe stato l’obiettivo dell’eliminazione fisica di un elenco di persone che avevano collaborato con la giustizia e che erano presenti a Vittoria “con scopi di vendetta e al fine di consolidare il controllo esclusivo di tutti gli affari illeciti di interesse dell’organizzazione criminale su Vittoria e sull’intera provincia di Ragusa. Allarmante la grande disponibilità di armi anche da guerra, e sul possibile utilizzo da parte degli associati alla consorteria mafiosa delle stesse, per portare a termine il disegno criminoso dell’organizzazione e per acquisire il controllo di attività economiche cittadine attraverso attività estorsive poste in essere ai danni di numerosi imprenditori e commercianti”.
IL COMMANDO
Cinque le persone che avrebbero composto il commando che tese l’agguato all’ex collaboratore di giustizia: Gianfranco Stracquadaini 50 anni (difeso dall’avvocato Rosario Cognata), coinvolto anche nel rapimento del 17enne di Vittoria, sequestrato il 25 settembre 2025 e liberato dopo 24 ore dagli stessi sequestratori e che venne catturato dopo una lunga latitanza, il 34enne Andrea Di Martino (difeso dall’avvocato Giuseppe Di Stefano), il 51enne Biagio Cannizzo (difeso dall’avvocato Enrico Platania) e il 62enne Raffaele Giunta (difeso dall’avvocato Maurizio Catalano) tutti di Vittoria.
A tutti la Procura distrettuale aveva contestato l’appartenenza ad associazione mafiosa (la ‘stidda’) aggravata dal fatto di essere associazione armata; a Cannizzo, Giunta e Stracquadaini viene contestato anche il tentato omicidio, e a tutti tranne a Di Martino, la detenzione di armi da sparo, anche clandestine. Il quinto soggetto, Alessandro Pardo 50 anni di Niscemi, difeso dall’avvocato Daniele Scrofani è già stato condannato in primo grado, con rito abbreviato davanti al Gup di Catania a 8 anni di reclusione per l’associazione mafiosa, esclusa la recidiva (assolto per la detenzione di armi).
La prossima udienza è stata fissata per il 13 novembre, data in cui verrà sentito l’ultimo teste della pubblica accusa: si tratta di un rappresentante delle forze dell’ordine che riferirà sugli esiti degli esami del dna condotti sui reperti rinvenuti in prossimità del luogo dell’agguato.
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