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SVILUPPO SULLA FORMAZIONE PER LA TUTELA E LA VALORIZZAZIONE DEI BENI ARCHEOLOGICI SUBACQUEI
20 Mar 2013 15:54
Facendo seguito all’articolo pubblicato in data 7 marzo 2013 sulle “nuove competenze in campo archeologico”, pubblichiamo l’intervista fatta al prof. Giovanni Rizza, coordinatore del corso E.N.F.A.G.A. (Ente Nazionale Formazione e Addestramento Giovani Agricoltori ) di “Esperto nella tutela e valorizzazione e fruizione dei beni naturali archeologici subacquei”.
Al docente le sono state rivolte le rispettive domande, dandoci chiarimenti prima di tutto, su come nasce l’idea di questo corso. Egli dichiara che l’esigenza di rispondere, come formazione professionale a percorsi nuovi, a strade mai calpestate ha indotto lui e gli altri componenti dello staff a studiare prospettive future che avessero uno stretto legame con il territorio e la cultura dei possibili fruitori dei corsi di formazione professionale. L’ idea nasce dalla passione per il mare e per la subacquea in genere e dall’aver compreso l’ interesse sempre crescente verso questo settore, testimoniato dal crescente numero di brevetti subacquei rilasciati e dall’interesse verso l’archeologia, come testimoniato dalle numerose associazioni di settore.
Perché puntare sull’archeologia subacquea? L’aspetto ricreativo della subacquea è certamente importante ma rischia di diventare ripetitivo soprattutto se svolto sempre negli stessi luoghi, sia con immersione da terra sia con immersione da imbarcazione, e per altro nella zona del ragusano non ci sono posti di grande interesse naturalistico, non ci sono grandi fondali e gli appassionati sono costretti a immergersi o nel siracusano o nel catanese, per parlare dei posti più vicino a noi. L’archeologia subacquea invece rappresenta una specie di passo avanti, una realtà più qualificata legata direttamente alla passione della scoperta di civiltà antiche, di usi, costumi e tradizioni dei nostri avi e delle genti che per motivi commerciali si sono relazionati tra loro. L’archeologia in genere risponde a quanto detto e punta alla elevazione dello spirito e l’approfondimento delle conoscenze. Il nuovo orientamento dell’archeologia subacquea punta a lasciare in situ i reperti piuttosto che prelevarli e sistemarli, come spesso accade in un magazzino delle Soprintendenze. Questo nuovo orientamento non decontestualizza il bene archeologico ma è pur necessario avere gli strumenti e le strutture per rendere il bene archeologico stesso fruibile a tanti.
Da questa considerazione nasce l’idea di sviluppare un corso di formazione professionale, per creare le strutture e gli strumenti per poter fruire del bene archeologico sott’acqua. Trovarsi di fronte a un pezzo di civiltà trascorsa, sia essa una colonna, sia essa un’anfora, ancora o altro dà un’emozione senza pari.
Cosa apprendono gli allievi? Una delle finalità del corso è certamente quella di sviluppare la sensibilità e quindi la capacità d’apprezzare con cognizione di causa il mondo che riguarda l’archeologia e la subacquea. Non a caso in fase di programmazione è stato messo appunto un percorso didattico che prevede la conoscenza e l’approfondimento di argomenti tecnici quali la pratica subacquea vera e propria, infatti i corsisti conseguiranno il brevetto di primo livello; un percorso di conoscenza che riguarda l’archeologia, la storia dell’arte, catalogazione dei beni archeologici subacquei, le norme di settore, creazione di percorsi archeologici subacquei, biologia marina, e le più tradizionali come educazione civica, informatica e inglese. Tutto questo per permettere ai ragazzi d’inserirsi in un mercato del lavoro sempre più selettivo con le idonee conoscenze per assolvere a quei compiti che più avanti s’espliciteranno.
Quali sono le prospettive per questo corso? Le prospettive sono tante, in termini personali per quelle conoscenze tecniche che consentono d’immergersi, in termini economici per le prospettive occupazionali che queste conoscenze determinano. L’essere figli della più grande isola del Mediterraneo, crocevia di commerci, teatro di guerre e centro dell’antico mondo, nascondono sott’acqua pagine e pagine di storia rappresentati da relitti di navi, rostri, colonne, anfore, ancore e manufatti d’uso quotidiano. L’utilizzo di queste prospettive inoltre in termini turistici sono di tutta evidenza.
Cosa spera per questi corsisti? Quanto esposto si spera possa diventare realtà per questi ragazzi, attraverso la costituzione di forme di associazionismo che puntino alla tutela, alla valorizzazione e alla fruizione dei beni archeologici subacquei mediante gestione diretta di una o più siti. Finché ciò si avveri è necessario che la pubblica amministrazione tramite le Soprintendenze/Capitanerie piuttosto che chiudersi a riccio, si aprano alla collaborazione con queste associazioni e permettano la fruizione e la visione a tutti gli appassionati, compito questo che dovrebbe trovarsi d’accordo e che forse anche è tra i compiti del loro ufficio.
Casa si possa fare di più? La collaborazione tra pubblico e privato, anche in termini economici, è fondamentale per creare la cultura del rispetto delle cose che appartengono a tutti, beni archeologici compresi.
Non si può fruire di alcun bene se manca la tutela, il controllo e la valorizzazione dei siti che vogliamo far conoscere. Gli enti locali devono intervenire per incentivare queste forme di conoscenza attraverso creazione di percorsi turistici specifici, il finanziamento ad associazioni qualificate ad assolvere questo compito, pubblicità e pubblicazioni di riviste e articoli di stampa.
La peggiore delle pratiche oggi in uso, ad opera della pubblica amministrazione, Soprintendenza e/o Capitanerie, è l’interdizione dell’area dove si trovano i beni archeologici. Capisco la necessità della tutela e le misure antagoniste per evitare furti o distruzione, ma così facendo non si rende disponibile la fruizione al pubblico. È come se si chiudesse la scatola che questi pezzi contiene. È necessario creare strutture di concerto tra pubblico e privato per aprire questa scatola e per permettere a tutti di godere di questi beni.
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