Storie di Sicilia: l’oratorio dei Salesiani di Ragusa

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Di Salvatore Battaglia

Era il 1968 quando Adriano Celentano cantava “Azzurro” di Paolo Conte, che nel ritornello diceva: “Sembra quand’ero all’oratorio / Con tanto sole, tanti anni fa”. Ed è quello che scatta nella mia testa ogni volta che transito davanti alla Chiesa di S. Maria Ausiliatrice a Ragusa alta, quando il ricordo della vita dell’oratorio (il calcio, il cinema, le partite a biliardino, le gite a Siracusa e l’aver fatto il chierichetto) fra il 1960 e il 1970 mi fecero crescere e mi coinvolsero prima dell’impegno politico alla Ragioneria e al pastificio e mulino “S. Lucia di Curiale & Rollo” poi.

La mia grande fortuna

Sono nato il 5 agosto del 1957 a Ragusa Ibla, proprio alle spalle della chiesa delle Anime del Purgatorio, in via Ioppulo per la precisione, in una famiglia di semplice estrazione sociale, il padre barbiere e la mamma infermiera a duecento metri più su dalla piazza degli Archi. Il trasferimento abitativo della mia famiglia avvenne nel 1963 nella zona alta della città e questa è stata la mia grande fortuna: non potevo non andare all’oratorio. Sono stato allievo salesiano quasi fin dalla nascita.

Oratorio: la più bella eredità di Don Bosco

L’oratorio è stato, per noi ragazzi degli anni ’60, il luogo dove abbiamo giocato a pallone, dove abbiamo recitato, dove ci siamo preparati alla prima comunione, dove abbiamo cementato le amicizie che contano, dove abbiamo praticato la solidarietà e mostrato con dignità e orgoglio la nostra condizione di figli di operai e di artigiani e tant’altro ancora. Ma è stato anche l’ambiente che ha consentito a molti di sviluppare le proprie passioni, di provare a realizzare i propri sogni o quanto meno di cercare di affermare la propria personalità. Lì abbiamo imparato per la prima volta a metterci in gioco, ad assumerci responsabilità.

Tutto questo è avvenuto fino agli anni ’70 ed è stato il punto d’incontro di tutti i giovani di Ragusa.
Una zona franca, con le stanze del traforo, un biliardo regolamentare, la televisione e i biliardini, una biblioteca, un campo di calcio, uno di pallacanestro e una Chiesa tutta per noi.
In questo posto si riuniva ogni sera un’ autentica Legione Straniera formata da tutti i ragazzi di ogni classe sociale, dove tutti erano uguali e tutti ben accetti.
Quattro Sacerdoti, due chierici e tre o quattro assistenti guidavano l’esercito inquadrato per età, in quattro Compagnie: S. Domenico Savio, S. Luigi, Azione Cattolica e Aspiranti.

Quattro compagnie come i soldati di ventura.

In questa isola felice passavamo tutti i pomeriggi d’inverno, scatenati nella nostra esuberanza in scontri infiniti di infiniti tornei. Non sono in grado di spiegarvi come facevamo a giocare più squadre nello stesso campo con più palloni contemporaneamente, seguendo ognuno la propria partita, con due o tre portieri per porta. Spesso il pallone volava, al di là delle recinzioni, tra le strade adiacenti all’oratorio e se c’era qualcuno che si offriva volontario a scavalcare l’inferriata per poi scendere di corsa la scalinata adiacente alla chiesa per andare a riprenderlo, potevi stare tranquillo che o andava per prendersi le invettive degli abitanti o per fregarsi il pallone.

Mi sento tutt’ora un allievo

Non mi piace scrivere il mio profilo di ex allievo perché, malgrado i 68 anni, mi sento tutt’ora un allievo, meglio ancora un oratoriano e sono pronto a rivivere il cortile con i suoi mille giochi, le tante discussioni, gli scherzi, le risate e i canti. Ricordo anche le abrasioni sulla pelle per le cadute e poi, a fine giornata, la sporcizia delle mie ginocchia e delle mie mani con la mamma che minacciava di fare il bucato, dei miei indumenti, senza spogliarmi. Tuttora ripeto una preghiera della buona notte, breve ma incisiva e che parla all’anima, ma detta anche norme di comportamento e di sana educazione. I salesiani volevano che diventassimo buoni cristiani e onesti cittadini e allora riducevano, nei momenti canonici, le parole all’essenziale, ma poi stavano con noi tutto il giorno e avevano modo di parlare e di starci a sentire. Anche le preghiere erano poche nel corso della giornata e si recitavano all’imbrunire e non in chiesa, quasi per non rubare spazio alle molteplici attività oratoriane messe in campo nei cortili e nel salone. A tale riguardo ho sempre presente che durante la messa domenicale (Paolo VI aveva introdotto la messa in italiano da poco, precisamente il 7 marzo 1965) noi giovani allievi di don Bosco venivamo messi nei primi banchi della chiesa in una zona destinata all’ associazione degli “Aspiranti” capeggiati da un salesiano vecchio stampo, l’eterno Don Donzelli…

L’amorevolezza e l’allegria

In questo ambiente abbiamo sperimentato sulla nostra pelle il metodo educativo di Don Bosco, che si basa su due capisaldi: l’amorevolezza e l’allegria. L’amorevolezza vuol dire un sorriso, una carezza, una parola buona, un suggerimento disinteressato, ma anche condividere una gioia o una preoccupazione, e ancora, più semplicemente, significa prestare attenzione all’altro senza farlo pesare e senza rivendicare per sé alcun merito.

La sintesi dello spirito salesiano

Tutto questo, diceva Don Bosco, deve essere realizzato in allegria, in serenità, con sincero spirito di amicizia, per mettere il giovane a suo agio, proprio come abbiamo appreso, in tutto il tempo che siamo stati all’oratorio, dall’esempio dei tanti salesiani che si sono presentati sul quel proscenio e che in ogni tempo sono stati capaci di lasciare ai ragazzi il gusto della scoperta, il piacere della sorpresa, la gioia della conquista. La loro personalità, il loro modo di relazionarsi con gli altri, mi ha sempre suggerito l’idea di un santo, Don Bosco, che, attraverso i suoi preti, ha continuato ad insegnare a tutti come bisogna vivere l’avventura della vita.

Un dovuto ringraziamento

Un grazie particolare va a Don Alibrandi, Don Miraglia e Don Fuk (un giovanissimo sacerdote vietnamita che per un brevissimo tempo fu nostro educatore) e tutti gli altri che veramente hanno lasciato in tutti noi un tassello indelebile nella nostra formazione religiosa, associativa e sociale.

Con questo convincimento nel cuore e nella mente, come fanno i bambini con i grandi, anch’io dico: grazie a Don Bosco, grazie ai salesiani.

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