Quanto è inutile la giornata contro la violenza sulle donne?


La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

Allo scoccare della mezzanotte di oggi scoppierà in tutto il suo fulgore metafisico, digitale e mediatico la retorica del 25 novembre, giorno mondiale contro la violenza sulle donne. Una retorica che ha il fantasmagorico effetto psicologico di catechizzare ossessivamente per un giorno chi non farebbe mai male a una mosca. E di non incidere invece minimamente (stando ai dati) sui reali violenti. Che andrebbero piuttosto “denunciati” da donne e bambine, messe finalmente nelle condizioni migliori per “denunciare”, parlare, dire, raccontare, mostrare, far intravedere. Messe nelle condizioni da chi? Dalla politica nazionale (legislatori e governanti) e locale e da chi dirige la nostra società nelle singole comunità.  

Sì. Denunciare. Infatti durante il lockdown, nonostante il calo complessivo dei reati contro la persona, la violenza di genere era aumentata in forma sommersa a causa delle maggiori difficoltà delle donne a “denunciare”. 

Intendiamoci, il tema è tragicamente serio e attuale. Ma è lecito domandarsi se sia efficace sul piano della comunicazione trattarlo con l’approccio tuttora dominante e, a tratti, ineffabilmente ipocrita.

La mia idea, per quello che vale, è che, per cominciare, la data sia di per sé sbagliata, seppure nell’altissima evocazione di cui è portatrice. La data potrebbe ingenerare alcuni equivoci sul tema. Il 25 novembre ricorre l’anniversario della brutale uccisione delle sorelle Mirabal, tre audaci donne rivoluzionarie, assassinate nel 1960 dal regime di un dittatore a cui le tre donne si erano opposte. La verità sulla loro fine emerse nitidamente infiammando molte coscienze critiche. La ferocia del regime, come un anatema, contribuì alla caduta definitiva della dittatura. 

Ecco, la data è sbagliata per almeno tre ragioni. La prima: la violenza sulle donne non è soprattutto il femminicidio (che è la punta dell’iceberg eclatante di un dramma più vasto e sommerso). 

La seconda: la violenza sulle donne non è l’atto di un potere inteso a eliminare le donne che insidiano quel potere. È soprattutto molto altro. Non nego. Quanto più la donna tenta di affermare sé stessa e cerca di emergere, tanto più il primate reagisce con aggressività. In questa chiave, la violenza sarebbe la manifestazione dell’asimmetria delle relazioni di potere storicamente sbilanciate tra i sessi. Non escludo che anche questo concetto possa indicare alcune delle cause del fenomeno. Ma a mio modo di vedere, la violenza sulle donne è soprattutto un riflesso della dimensione affettiva nella sua forma più involuta. Infatti, da gennaio 2022 a ieri l’altro, in Italia, sono 97 le donne vittime di omicidio. E ben 48, la metà, sono state uccise dal loro partner (attuale o ex). Altre 33 sono state assassinate in famiglia, ma non dal partner. Sono 7 in Sicilia i casi di femminicidio (non sommersi almeno) dall’inizio dell’anno a oggi. Una vittima aveva soli 15 anni. Un’altra, tristemente notissima, 5. Entrambe cadute in famiglia. Il 25 novembre 2021, il Ministero dell’Interno ha fornito i dati relativi all’anno scorso: 109 donne uccise, di cui 93 in ambito familiare/affettivo.

La terza: la violenza sulle donne è anche e soprattutto psicologica. Più subdola e invisibile. Non meno feroce. Quella fisica non è la forma principale di violenza che centinaia di migliaia di donne subiscono quotidianamente. La violenza striscia tra le mura domestiche. All’interno di relazioni tossiche e sistemi di coppia o familiari maltrattanti che non è facile riconoscere. I lividi e le ferite hanno più parole della costante pressione psicologica ed emotiva. L’abuso detto e non detto nella svalutazione e squalifica della compagna, la strategia dei silenzi volti a innescare devastanti senso di colpa e inadeguatezza per ogni azione, scelta, espressione. Gli atteggiamenti passivo-aggressivi e bronci inesplicabili ed eterni musi lunghi. Il crollo dell’autostima, l’insicurezza instilla la dipendenza come goccia di veleno. Che genera una morte non detta. Un autentico femminicidio non dichiarato che la donna infligge a sé stessa.

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