Quando un amico di Facebook ci lascia

La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola

In questi giorni ho scoperto che uno dei miei vecchi contatti su Facebook ci ha lasciati. La notizia è arrivata come arrivano le cose oggi: senza bussare davvero, infilata tra un meme e una foto di mare, con la stessa leggerezza grafica di tutto il resto. Un post breve, qualche parola composta, una data. E poi i commenti, tanti, ordinati come fiori sotto una lapide che non si vede.

Non lo conoscevo personalmente. Eppure posso dire, senza esagerare, di essere cresciuto al suo fianco. Mi ha accompagnato negli anni con la discrezione dei passanti gentili: un like puntuale, un commento spiritoso, una presenza minima ma costante. Non sapevo quasi nulla di lui, ma sapevo che c’era. E, a pensarci bene, quanto basta per costruire una forma di affetto tutta contemporanea: leggera, intermittente, ma sorprendentemente resistente.

Ora quei piccoli segni sono ancora lì. Intatti. Non invecchiano, non si consumano. Il suo nome continua ad apparire sotto i miei post, come una firma gentile che rifiuta di sbiadire. E allora succede qualcosa di curioso: il tempo, che fuori procede con la sua consueta brutalità, dentro lo schermo si inceppa. Si sospende. Si fa educato.

Se un amico di Facebook ci lascia, noi lasciamo tutto com’è. Non rimuoviamo, non archiviamo, non “facciamo pulizia”. Continuiamo a tenerlo con noi, come si tiene un libro già letto sul comodino, senza sapere bene perché. Forse perché quel gesto (cancellare) ci sembrerebbe una seconda perdita. E una basta e avanza.

Dal punto di vista psicologico, questa è una piccola rivoluzione silenziosa. Per secoli abbiamo imparato a salutare i morti separandoli dai vivi: cimiteri, rituali, distanze. Oggi, invece, conviviamo con loro in una prossimità nuova, quasi domestica. Il lutto digitale non chiede di lasciare andare, ma di riorganizzare la presenza. Non è più “non c’è più”, ma “c’è in un altro modo”. Un modo fatto di tracce, di notifiche che non arrivano più, di parole che restano sospese come respiri trattenuti.

E così nasce una strana forma di continuità. Non del corpo, certo, ma della relazione. Continuiamo a parlare a chi non può rispondere, a scrivere “mi manchi” sotto un post che non verrà letto. Eppure, in quel gesto, c’è qualcosa di profondamente umano: il rifiuto gentile di accettare che una storia finisca davvero.

Perché lo sappiamo, in fondo (o forse scegliamo di saperlo) che in qualche modo ci leggerà ancora. Non nel senso ingenuo del termine, ma in quello simbolico, emotivo: ci leggerà nel ricordo che abbiamo di lui, nella voce che gli prestiamo mentre scorriamo i suoi vecchi commenti. Ci leggerà perché continuiamo a immaginarlo.

Facebook, in questo, ha inventato senza volerlo una forma di immortalità minima. Non quella eroica delle statue o dei libri di storia, ma quella quotidiana dei piccoli gesti salvati in un archivio senza polvere. Un’immortalità fatta di “mi piace” e battute, di presenze leggere che non chiedono nulla se non di restare.

E allora sì, forse è vero: su Facebook non si muore davvero. Si cambia stato, si diventa eco, si diventa memoria condivisa. E da lì, da quel luogo un po’ irreale e un po’ necessario, ha senso inviargli un abbraccio. Non uno qualsiasi, ma uno che assomiglia a un emoticon infinito: semplice, ripetibile, ostinatamente presente.

Un abbraccio che non pretende risposta, ma continua (con una certa ironia e molta tenerezza) a dire: “Ti vedo ancora.”

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