L’Italia tra Paesi al mondo con più casi di pedofilia.


A nemmeno ventiquattrore dalla rivelazione che la Congregazione per la Dottrina della fede detiene 613 fascicoli riguardanti abusi commessi da chierici trasmessi dalla Conferenza episcopale italiana, un’altra ammissione shock scuote nel profondo la Chiesa del nostro Paese. “Le statistiche sono riservate, le produciamo per i membri della Congregazione quando siamo riuniti in plenaria ma posso dire che l’Italia è al quinto o sesto posto al mondo per numero di casi, l’Italia ha un posto molto alto”, ha detto questa mattina mons. John Joseph Kennedy, segretario della Sezione disciplinare della Congregazione per la Dottrina della Fede, intervenendo al convegno “La Forza della Rete”, promosso dal Telefono azzurro nella Giornata Internazionale dedicata alla Protezione di bambini e adolescenti.

Un’affermazione, che ha lasciato un certo sconcerto in sala dove era seduto in prima fila anche mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della Cei. Stessa tensione registrata ieri dopo il primo Report della Cei sui 613 fascicoli, tecnicamente ‘ponenze’, trasmessi dal 2001 ad oggi dalle diocesi italiane al tribunale supremo dell’ex Sant’Uffizio in ottemperanza alle norme, più stringenti, emanate nel 2001. Norme che comportano l’obbligatorietà della trasmissione del fascicolo al Vaticano per i cosiddetti ‘delicta graviora’.

A maggior ragione perchè, nonostante le forti pressioni della stampa e dell’opinione pubblica, l’unico dato che si conosceva fino ad ieri parlava di circa “cento casi” complessivi. Ora potrebbe invece aprirsi una sorta di “spotlight” italiana. Mons. Kennedy, irlandese di Dublino, “Paese – come ha detto lui stesso – che ha conosciuto tra i primi il grande shock dell’esplosione” della realtà della pedofilia nella Chiesa, ha affermato di “ammirare le vittime”, consapevole del “trauma che un abuso comporta nella vita di un bambino o di una bambina, compromettendo spesso le sue relazioni future nella scuola, nel mondo del lavoro, in famiglia ed anche nel rapporto con la fede”. “Per una vittima maschile – ha aggiunto – ci vogliono in media 16,2 anni per trovare il coraggio di denunciare, per le femmine è un poco più facile, sono più aperte”. “Noi – ha anche detto – esaminiamo casi di chierici, vescovi ed anche di alcuni cardinali. Siamo pronti a ricevere le denunce con delicatezza per arrivare alla verità e alla giustizia canonica”.

Successivamente, parlando a margine dell’evento con l’ANSA, riguardo all’affermazione che l’Italia è uno dei Paesi con più casi al mondo, ha spiegato: “Sì è così, l’ho detto perchè è importante e il Papa è cosciente di tutto. Direi così: possiamo immaginare questo fenomeno come un’onda che tocca questa costa di qua e poi quella di là, ora tocca più alcuni Paesi, in passato altri. Noi siamo coscienti che questo è un fenomeno che tocca l’umanità, la famiglia, le chiese, le organizzazioni sportive, ma per noi non è importante sottolineare che è un Paese o un altro, le statistiche riguardo a un Paese o a un altro. La cosa importante è il fenomeno, che la cosa esca fuori e che le vittime non si sentano sotto pressione di nascondere questa cosa”.

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