L’ANNATA NERA DELL’OLIO D’OLIVA

 

Proprio come per il vino italiano, anche per l’olio d’oliva italiano questa è un’annata da dimenticare. In particolare l’olio d’oliva ha subito dei gravi danni, che in alcune zone hanno compromesso del tutto il raccolto.

La vite e l’ulivo da sempre condividono non solo una notevole importanza per le varie civiltà del mediterraneo, ma anche una molto simile sensibilità ai fattori climatici. Una cattiva annata per il vino corrisponde anche a una cattiva annata per l’olio d’oliva. Certo non sempre con la stessa intensità. Se per il vino questa annata non si prevede, con le dovute eccezioni, favolosa, di certo è stata ancora peggiore per l’olio, che, oltre ai danni di un andamento climatico scostante, ha dovuto far fronte alla mosca olearia. Questo insetto, considerato tra i peggiori flagelli per l’olivo, deposita le sue uova nelle drupe, compromettendo sia la qualità dell’olio, sia il quantitativo, visto che la larva  trae il suo sostentamento, alimentandosi del mesocarpo della drupe. Il risultato è drammatico: un calo di un terzo della produzione totale italiana.

Questo calo di produzione è del resto ovunque superiore al 20%  e questa è la percentuale delle regioni più fortunate, come la Sicilia e il Trentino-Alto Adige. Le altre sono ben oltre il 30% e gran parte delle regioni italiane, come le due regioni simbolo dell’olio italiano, Toscana e Umbria, hanno raggiunto il 45%, con punte in alcune zone del 90%. Particolarmente drammatica risulta, infatti, la situazione di queste due regioni del centro Italia, che trovano nell’olio una notevole voce del proprio PIL. L’olio occupa la terza posizione nelle esportazioni toscane. Se il calo della produzione enologica, aggiunta a un’annata non proprio felice, ha non poco preoccupato l’economia toscana, questo altro flagello, capitato nel peggior momento possibile, corona un anno decisamente difficile.

Come se non bastasse, la regione che da sempre produce il numero maggiore di olio, ovvero la Puglia, non solo ha subito i danni della mosca olearia e il clima, ma anche i danni del batterio xylella.

Ovviamente questo calo, che a livello nazionale risulta essere del 35%, comporterà un aumento vertiginose del prezzo dell’olio d’oliva, nonché il rischio di un aumento notevole delle truffe legate alle cosiddette eccellenza italiane.

È di pochi giorni fa’ la notizia del sequestro da parte delle forze dell’ordine di oltre 1600 litri di olio  d’olia proveniente dalla grande distribuzione e imbottigliato per essere rivenduto come prodotto locale campano a prezzi esorbitanti.

C’è d’aspettarsi che nel prossimo futuro notizie come queste si verificheranno nuovamente e non c’è molto da sorprendersi, giacché l’Italia in materia di olio d’oliva ha permesso da sempre una certa ambiguità. Ieri come oggi andando in un qualsiasi supermercato e leggendo attentamente la etichette delle bottiglie di olio d’oliva ci si renderà conto che oltre il 90% dell’olio venduto non è di origine italiano, nonostante queste aziende siano italiane, abbiano un nome italiano e giocano su operazioni pubblicitarie che invitano il consumatore a credere, senza dirlo specificatamente, che si tratti di olio italiano. All’estero è particolarmente diffusa una celebre marca italiana, nelle cui bottiglie di olio d’oliva non vi è neanche una goccia di olio italiano, ma ciò non impedisce a questa azienda di passare per una delle eccellenze italiane.

Qualcuno a questo proposito ha detto a una giornalista, che ha fatto delle inchieste su alcune aziende italiane che producono all’estero e vendono il proprio prodotto come Made in Italy, che è una stupida. Senza entrare nel merito della questione, per mancanza di conoscenza su questo tema, posso dire però che trovo sicuramente stupido vanagloriarsi della qualità dell’olio italiano, senza rendersi conto che probabilmente la bottiglia che si ha di fronte, per quanto sembri italiana dal nome, il più delle volte italiana non è. Detto ciò non vuol mica dire che l’olio per essere buono deve essere italiano. È un invito soltanto a non farsi coinvolgere troppo dal marketing, dove le parole e l’immagine contano più dei fatti e della sostanza.(Giuseppe Manenti)

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