Un ambulatorio su quattro ruote per portare le cure direttamente dove c’è più bisogno. È stato consegnato all’Asp di Ragusa il nuovo motorhome odontoiatrico acquistato nell’ambito del PNES, il Programma Nazionale Equità nella Salute 2021-2027, con l’obiettivo di ridurre le difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie per le fasce più vulnerabili della popolazione. La consegna […]
IL DOLORE DELLE PAROLE
20 Mar 2014 20:38
Attraversiamo la vita tentando di ottimizzare il rapporto fra infelicità e felicità, nel presupposto – alquanto aziendalistico – che si possa amministrare con la stessa logica che usiamo per gestire la relazione fra costi e benefici. Fin qui nulla di disdicevole.
Tentiamo perfino di risparmiarci – nelle emozioni, nei rischi – pur di ridurre la quota che sta al numeratore (l’infelicità), sperando che questo basti magicamente a lasciare spazio all’irruzione di positività, e dunque a far lievitare la quota che sta al denominatore (la felicità). E anche qui niente di disdicevole.
Ciò che dovremmo evitare di fare è qualcosa di incommensurabilmente diverso: dovremmo evitare di evitare! Perché a forza di evitare si riesce solo a una cosa, impoverirci!
Uno degli oggetti privilegiati della continua, inesausta strategia dell’evitamento è il dolore. Ovviamente non si parla qui di quello fisico, che non è soltanto consigliabile evitare quanto addirittura necessario, per condurre un’esistenza dignitosa. Il buon vecchio Freud lo capì tempo fa: dove c’è dolore (fisico), non può esserci amore.
Si parla qui del dolore come esperienza interiore. Del dolore morale, mentale, psicologico, emotivo. O in qualunque altro diavolo di maniera si voglia chiamare.
Possiamo dire, senza tema di smentita, che una delle occupazioni più frequentate e onerose del genere umano è proprio l’evitamento del dolore: una raffinata, complessa, totalizzante strategia di incapsulamento, di incistamento, di cancellazione dell’esperienza della sofferenza. Strategia che porta, quasi sempre, a produrre altra e ben più cospicua sofferenza. Oltre che a impinguare le parcelle degli specialisti del settore – psichiatri e psicologi, not least anche neurologi – i quali se dovessero maneggiare la sofferenza nella sua edizione più lineare, diretta, immediata, avrebbero poco lavoro e molta noia.
Si fa un gran dire che il dolore fortifica: la verità è che passato l’ingenuo entusiasmo degli anni giovanili, si è sempre meno propensi a credere a una tale verità e sempre più inclini a praticare le tante forme in cui si declina la sbornia. Esperienza mistica che comprende in sé la vera e propria ubriacatura, il trip allucinogeno ma anche scorciatoie meno dannose ma altrettanto pericolose come l’attività fisica forsennata, il sesso come prestazione ginnica, perfino la politica, che in alcuni casi risponde alla perfezione alla chiamata che “comandare è meglio che fottere (nella misura in cui aiuta a non sentire)!”.
I luoghi più abusati del linguaggio in cui si celebra una tale ritualità sono – come ognuno può udire – quelli classici della discrezione: “non ci pensare”, “non farti vincere dalla sofferenza”, “io ho sempre reagito!”, “a che serve parlarne?”.
E poiché siamo finiti nei paraggi del linguaggio, diciamo subito che la cura certosina con cui si danza questo strano balletto di straniamento del dolore si applica intanto e soprattutto alle parole che lo nominano.
Claude Lèvi-Strauss, noto antropologo strutturalista, ebbe a dire che non si tratta più di fondare l’uomo, ma di scioglierlo. Di scioglierne la consistenza (o l’inconsistenza) metafisica e di osservarne la trama simbolica, la rete di significati di cui è costituito.
Niente di più vero quando è di scena il dolore: le parole che lo dicono sono bandite perfino dai tic comunicativi! Alla classica domanda “come stai?”, mai rispondere con un “male grazie”! Si rischia di fare scappare l’interlocutore a gambe levate……
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