IL CUORE NERO DELLA NORMALITA’

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Il male scorre attraverso le quotidiane cose che riempiono le quotidiane esistenze. Non ha bisogno di inferni infuocati o di scenari straordinari da cinema dell’orrore. Non richiede inclinazioni speciali o speciali deformazioni cromosomiche per affermarsi nel mondo. Gli basta la normalità delle guerre, degli affetti familiari, degli odi di classe o di religione o di razza per estendere la sua coltre nera sul mondo.

E il male pervasivamente penetra le cose, i piccoli gesti quotidiani, gli sguardi, perfino le belle intenzioni con cui gli esseri umani pretendono di trattare altri esseri umani.

Quando nell’immediato dopoguerra i crimini del nazismo si svelarono al mondo in tutta la loro agghiacciante “normalità”, nessuno pensò seriamente che ci fosse altro, molto altro da capire, da svelare.

Il male era tutto lì, nei volti gelidi o distratti o corrucciati o anche solo annoiati ma perfettamente, banalmente normali!

Pete Dexter racconta il male nella sua declinazione più nascosta, proprio in quanto scoperta e visibile: come d’altronde sanno i cinesi, per i quali il luogo migliore per nascondere una cosa è sotto la lampada! Il male che abita l’animo di una persona cara, vicina, che abita accanto, forse perfino nella stessa casa. E lo fa con lo stile sapido, terroso dei grandi narratori americani nel suo Il cuore nero di Paris Trout , ambientato nell’America  non metropolitana del sud, dove il male – appunto – è cosa di ogni anima e di tutte insieme, quasi a comporre una sinistra sinfonia dentro la quale un’intera comunità celebra la sua messa nera del quotidiano.

Il romanzo ispirò appena tre anni dopo un film di Stephen Gyllenhaal, con un grande cast, con dentro un grande, ineguagliabile Dennis Hopper a dare un volto al male e una fragile ma intensa Barbara Herschey nei panni della moglie. Una storia di violenza e di razzismo, nel sudaticcio clima di una cittadina dell’estrema provincia americana.

Ma è nell’History of Violence di David Cronemberg, col solito immenso Viggo Mortensen, che la narrazione  del male come abito del lavoro, abitudine del tempo e dello spazio, raggiunge il suo zenith.

 

 

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