Giù le mani dal petrolio di Ragusa. I sindacati contro il Governo nazionale Ms5-Lega

Dai gilet gialli ai caschi gialli. Anche da Ragusa, il prossimo 9 febbraio, la protesta degli operai che operano nel mondo della filiera del petrolio. I sindacati provinciali Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil (con i rispettivi segretari Giorgio Saggese, Filippo Scollo e Giuseppe Scarpata) sono già pronti a scendere in piazza insieme ai tanti addetti del settore petrolchimico perché il “governo nazionale dice no al petrolio di Ragusa”. E sindacalisti e operai sono pronti a loro volta a dire no all’emendamento del governo al decreto legge sulle semplificazioni che, come denunciano i sindacati, “potrebbe annientare di un sol colpo il settore del petrolio e gas, vera eccellenza dell’industria italiana, strategico per l’intera nazione”.

La motivazione che avrebbe spinto il governo verso il “no” a nuove prospezioni di ricerca di idrocarburi in terraferma e off shore, sarebbe di natura ambientale. Ma i sindacati credono che questa motivazione sia solo un paravento. “In verità – denunciano in una nota – la motivazione risiede altrove. Nello specifico, bloccare per 18 mesi le attività di ricerca e di estrazione del gas e del petrolio finirebbe per esporre il Paese sempre più verso l’import di energia da altri Stati, non tutelando le produzioni italiane, soprattutto quelle in essere – evidenziano i tre sindacati – Produrre e cercare petrolio e gas in Italia diventerà sempre meno conveniente, se non addirittura impossibile. Il punto è proprio questo. Minori investimenti e conseguente diminuzione delle entrate per le casse dello Stato, delle Regioni e dei Comuni (tra tasse, contributi e royalties)”.

“Non osiamo pensare – continuano i sindacati – quanto questo provvedimento governativo possa incidere negativamente sulle produzioni di petrolio ragusane. Anche per il mantenimento dei livelli occupazionali. Abbiamo già notato come, in un recentissimo passato, per un prezzo del greggio non favorevole, Eni e gli altri operatori del settore abbiano di fatto rallentato i progetti di sviluppo e mantenimento dei giacimenti. Oggi il no del governo nazionale metterebbe a rischio non solo le prospezioni future ma anche la gestione delle produzioni esistenti”.

I sindacati evidenziano infatti che la proposta di aumentare il canone di concessione di ben 25 volte rispetto all’importo attuale, assieme al blocco delle attività di ricerca, “finirebbe per risolvere una volta per tutte la questione delle estrazioni in Sicilia, a Ragusa e in tutto il Paese: fuga degli investitori e dei players che attualmente operano nei nostri territori. E poi meno redditività e dunque una diminuzione quantitativa dei canoni effettivamente percepiti, minori royalties e imposte, meno soldi per lo Stato”.

E questo significherebbe meno posti di lavoro. In Sicilia gli addetti sono 1700. E la preoccupazione arriva naturalmente anche dal Comune di Ragusa. Negli ultimi anni la precedente amministrazione 5 Stelle, con il sindaco Piccitto, ha potuto contare su royalties pari a 80 milioni di euro. In pratica un altro bilancio comunale o quasi. Le scelte del governo a guida 5 Stelle e Lega, potrebbero adesso notevolmente ridurre l’impatto delle royalties proprio sul Comune di Ragusa che è sempre stato ai vertici del settore petrolifero in Italia. E dunque ci sarebbero meno soldi in bilancio.

Ne è convinto anche l’attuale assessore comunale al bilancio della Giunta Cassì, Giovanni Iacono, secondo il quale “bloccare l’estrazione a terra è, oltre che dannoso per tutti, una stupidaggine. Non ritengo, è questa la mia opinione personale, che debbano essere concesse estrazioni laddove vi siano vincoli paesaggistici o siti di interesse turistico ed architettonico e su questo ho fatto molte azioni di contrasto nel passato perché un territorio è giusto che faccia le proprie scelte di sviluppo e di rispetto dei beni culturali dai quali ricava anche altri ‘vantaggi’ economici se intende promuovere, turisticamente, il proprio territorio. Ma negare, tout court, per qualsiasi parte del territorio, l’estrazione del petrolio in un Paese che dipende in maniera preponderante dalle importazioni è veramente ingiustificato, inaccettabile e dannoso per tutti. Ragusa nel campo della ricerca e produzione di idrocarburi, ha rappresentato una realtà di primo piano in campo nazionale ed è stata oggetto di tanti investimenti Eni. La storia di Ragusa dalla metà degli anni ’50 del secolo scorso è stata, indissolubilmente, legata al petrolio. Nel 2014 la produzione di idrocarburi a Ragusa era di 5000 barili al giorno”.
fonte Michele Barbagallo – LaSicilia.it

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