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Cosa cambierà nel 2026? Una beata m!
01 Gen 2026 12:31
La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola
Questo è stato il primo trenino senza Brigitte Bardot. Ve lo volevo dirvelo. Il primo dell’anno, ovvero, psicologia di un giorno che si prende troppo sul serio.
Il primo dell’anno è una data che soffre di un curioso narcisismo: crede di essere più importante delle altre, e in parte lo è, almeno nella nostra testa. Dal punto di vista psicologico, il primo gennaio è un potente marcatore temporale, uno di quei confini simbolici che la mente ama tracciare per illudersi di ricominciare da zero senza dover cambiare davvero tutto. È il giorno in cui il calendario diventa un terapeuta improvvisato e ci sussurra: “Ora puoi essere un’altra persona”. A pagamento zero, seduta unica, con effetti collaterali a breve termine.
Gli psicologi parlano di fresh start effect: l’idea che un nuovo inizio percepito aumenti la motivazione al cambiamento. Funziona un po’ come riordinare la scrivania invece di scrivere il report: dà una sensazione di controllo, pulizia e rinascita, senza affrontare immediatamente il problema. Così il primo dell’anno diventa il contenitore ideale per promesse solenni (“Da domani palestra”, “meno Signorini”, “meno Garlasco”, “meno schermo”, “più me stesso”), che hanno il fascino dei buoni propositi e la fragilità dei bicchieri di plastica.
C’è però qualcosa di tenero in questa ostinazione collettiva. Anche sapendo che il 2 gennaio saremo dannatamente simili al 31 dicembre, insistiamo. Forse perché, come scriveva Seneca, “non è poco il tempo che abbiamo, ma molto quello che perdiamo”. Il primo dell’anno ci ricorda, con gentile brutalità, che il tempo passa comunque, e che ignorarlo non è una strategia a lungo termine. L’ironia sta nel fatto che scegliamo proprio il giorno più astratto dell’anno per diventare improvvisamente concreti.
Dal punto di vista emotivo, il primo gennaio è una zona liminale: non siamo più nel passato, ma non abbiamo ancora messo piede nel futuro. È una soglia, e le soglie mettono a disagio. Per questo le riempiamo di rituali: brindisi, bilanci, liste. Il cervello ama i rituali perché riducono l’ansia e danno forma all’incertezza. In fondo, fare una lista di propositi è un modo elegante per dire: “Non so cosa succederà, ma almeno ho scritto qualcosa”.
L’ironia più sottile è che il primo dell’anno non chiede cambiamenti radicali, ma continuità consapevole. La psicologia ci insegna che le trasformazioni durature sono spesso noiose, graduali, poco fotogeniche. Niente a che vedere con l’epica del “nuovo me”. Oscar Wilde, con il suo consueto cinismo, ci avrebbe ricordato che “l’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori”: il primo dell’anno è forse il momento in cui promettiamo di farne di nuovi, ma con maggiore convinzione.
Alla fine, il significato psicologico del primo dell’anno non sta nel futuro che immaginiamo, ma nella pausa che ci concediamo. È un respiro collettivo, una sospensione del giudizio, un giorno in cui è lecito riflettere senza decidere tutto. Come scriveva Shakespeare, “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”: il primo gennaio è il giorno in cui sogniamo ad occhi aperti, sapendo, in fondo, che il lavoro vero comincia il giorno dopo.
E forse va bene così. Perché, anche se il primo dell’anno si prende troppo sul serio, ci offre una cosa preziosa: la possibilità di ricominciare a pensarci. Non da zero, ma da dove siamo davvero. E la vera speranza che i bambini di tutto il mondo siano davvero lì: nella casa chiamata pace.
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