Chi vuole il Ponte sullo Stretto? Il partito. Il partito preso

Da qualche giorno è un coro bipartisan di si alla costruzione del ponte sullo Stretto. Lo vuole il PD, lo vuole Renzi, lo vuole il governo Musumeci. Pure Salvini. Tutti. E se quest’opera che non è mai stata costruita, ma che già ci è costata mezzo miliardo, riesce a mettere sempre d’accordo tutta la politica e a spaccare l’opinione pubblica, qualche motivo ci deve essere. Perché la politica vuole il ponte? A che cosa serve un’opera su cui si favoleggia da mille anni (ne parlavano già gli antichi romani, Lucio Cecilio Metello ci fantasticò ed era il 250 a. C. ) e che non ha senso di esistere se non nei sogni fascinosi di una classe dirigente scollegata dal mondo?

Passata (per modo di dire) l’emergenza Covid, la prima cosa a cui si pensa è di dare sollievo ai siciliani con una bella opera mastodontica di cui nessuno (o forse pochissimi) sente l’esigenza? Il ponte sullo Stretto è il ponte che piace tanto al partito, o più nel dettaglio al partito preso: si deve fare perché si deve fare. Punto. Quando si obietta che avrebbe un impatto ambientale spaventoso e che vi sono insiti problemi strutturali incredibili e si fa presente che già nel 2005 la Direzione Investigativa Antimafia relazionò al parlamento dei tentativi di Cosa Nostra di infiltrarsi nella costruzione del famigerato ponte, tutto passa in secondo piano. Ma noi la vogliamo ripercorrere la storia recente di questa opera che non esiste. Le prime ipotesi diciamo concrete cominciarono ad avanzare negli anni ’70. Nel 1981 venne costituita la società concessionaria del Ponte, la Stretto di Messina Spa.

Le quote del capitale sociale erano inizialmente ripartite così: Italstat (dal 1991 Iritecna) e IRI insieme con il 51% e Ferrovie dello Stato Italiane, ANAS, Regione Siciliana e Regione Calabria con una percentuale uguale del 12,25% ciascuno. Nel 2002 Fintecna diventa maggior azionista con il 55,5%, Rete Ferroviaria Italiana, Regione Calabria, Regione Siciliana attestate al 12,25% e ANAS con il 7,70%. La volete sapere una cosa divertente? La Stretto di Messina Spa è in liquidazione dal 2013 e dovrà indennizzare la Eurolink (la società consorzio che si è occupata della progettazione del Ponte e che poi avrebbe dovuto costruirlo) per le prestazioni effettuate di circa 45 milioni di euro. Come si può evincere, il Ponte non è mai stato costruito ma lo stiamo già pagando perché queste società sono nate e hanno fatto progettazioni per ponti inesistenti e hanno vinto regolari appalti. Ciò che cosa significa? Un malpensante potrebbe azzardare l’ipotesi che queste grandi opere faraoniche nascono di proposito solo ed esclusivamente sulla carta: tanto poi, anche se non vengono realizzate, le società vengono indennizzate a titolo di risarcimento comunque.

Ma torniamo alla cronistoria del ponte. Era appunto il 1981 e viene dato alla Stretto di Messina SPA il mandato di progettazione, realizzazione e gestione dell’opera. Naturalmente, si è arrivati solo alla fase di progettazione, com’è evidente. Nel 1982 l’allora Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, Claudio Signorile, dichiarò “Il ponte si farà entro il 1994”. Era un inguaribile ottimista.

Nel 1985, ben prima che tangentopoli lo spazzasse via, Bettino Craxi dichiarò: “Il ponte presto si farà”. Nel 1996 l’allora presidente dell’IRI, Romano Prodi, disse che i lavori sarebbero stati ultimati a breve. Eravamo praticamente pronti. E arriviamo agli anni 2000, durante i governi Berlusconi, intervallati dalle brevi meteore dei governi di sinistra.

Nel 2005 viene indetta la gara d’appalto per la progettazione e la vince la già citata Eurolink che presentò il progetto nel 2010, entro i termini stabiliti. Era previsto, inoltre, che lo Stato in 540 giorni dalla presentazione del progetto dovesse reperire i fondi. Come abbiamo accennato, già nel 2005 la DIA riferì in parlamento dei possibili tentativi di Cosa Nostra di infiltrarsi nei lavori del ponte.

Nel 2011 sfuma definitivamente l’ipotesi che i fondi possano essere reperiti tramite l’Europa. L’Unione Europea, infatti, non inserisce il ponte fra le opere pubbliche destinate a finanziamenti comunitari. Chissà perché. Nel 2012 il governo Monti inserisce già nella manovra di governo anche 300 milioni a titolo di penali da pagare per la non realizzazione del progetto che a quel punto sembra un’ipotesi definitivamente tramontata, dopo che avevamo riso per vent’anni.

Ma ci pensa Renzi, l’altro Matteo, a resuscitare questa bella idea di cui tutti noi sentivamo la mancanza: nel 2016 rilancia l’idea con queste parole: “Togliere la Calabria dall’isolamento e far si che la Sicilia sia più vicina”, ricordando tanto il Berlusconi prima maniera, quello delle barzellette durante l’estate della bandana.

Oggi, il ponte è tornato ancora una volta alla carica: ci sta pensando il governo Musumeci e le parole della deputata Bernadette Grasso, Forza Italia, sono emblematiche. Dice la Grasso: “Può sembrare inverosimile ma, proprio oggi, per la Sicilia parlare di Ponte sullo Stretto è una necessità vitale. Ci sono tutte le condizioni”.

E meno male che nell’incipit lo dichiara: “può sembrare inverosimile”. Non è sembrare. E’ inverosimile pensare che siano le grandi opere a fare l’Italia, quando è noto a tutto il mondo che è la piccola e media impresa a tenere saldo un paese. Ciò che sconvolge è il fatto che la sinistra e la destra reclamino il primato di questa opera, come se il ponte fosse stato fatto e come se fosse un’idea geniale. Poi invece combinano pastrocchi con le “piccole cose” (soprattutto se paragonate al mega mirabolante ponte), come la Cassa Integrazione in Deroga, una cosa di cui avevano realmente bisogno i siciliani. C’è da ben sperare per il futuro.

E poi continua la Grasso, un comunicato che è pura poesia: “Oggi, nel pieno della grave crisi internazionale del Covid 19 – si domanda l’esponente azzurra – cosa c’è di più saggio che indirizzare gli investimenti pubblici – anche considerando la pioggia di miliardi che attendiamo dall’Europa – verso quella che sarebbe la più grande infrastruttura della storia del nostro Paese?” Certo, chi non ha pensato in piena emergenza Covid di utilizzare i fondi per costruire un ponte sullo Stretto? E si parla di questo ponte come se la Sicilia fosse veramente isolata, come se si comunicasse coi segnali di fumo: come se non esistessero traghetti (ci impiegano 10 minuti di orologio per la traversata) o aerei. No. Fare il ponte è meglio. Perché? Perché è così. E’ il partito preso. E ancora: “Con il Ponte, invece, si ripristina la continuità territoriale del Paese e si liberano i siciliani dalla schiavitù degli aerei dai prezzi impossibili”. Prezzi impossibili che Regione siciliana non ha saputo calmierare e nemmeno lo Stato evidentemente. Come se poi attraversare il ponte fosse gratis.

Il ponte è oggetto di fascino per molti, ce ne rendiamo conto. E’ una favoletta divertente, da raccontare ai bambini prima di andare a dormire. Non è un caso che anche zio Paperone ne è rimasto affascinato, tanto che nel 1982 fece una promessa: “entro sei mesi”.

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