BULIMIA

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La scorsa settimana, colpita ed esterrefatta, dalla lettera pubblicata sui giornali dalla Mamma della ragazza affetta da anoressia di Vittoria, in cui chiede il coinvolgimento delle autorità, vi ho parlato di tale disturbo. I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) consistono in anomalie nell’alimentazione e in comportamenti finalizzati all’eccessivo controllo del proprio peso corporeo, che danneggiano in modo significativo la salute fisica o il funzionamento psicologico e che non sono secondari a nessuna condizione medica o psichiatrica conosciuta. Nella classificazione dei Disturbi Alimentari rientrano: l’Anoressia nervosa, la Bulimia nervosa e i disturbi da alimentazione incontrollata. Spesso quando si parla di Disturbi Alimentari ci si riferisce esclusivamente all’Anoressia, forse perché magari più discussa e conosciuta, ma esiste anche la Bulimia, altra brutta bestia. Essa, generalmente, compare attorno ai 12-14 anni in tarda preadolescenza o nella prima età adulta, 18-19 anni. Clinicamente la Bulimia è denotata da episodi in cui il soggetto sente un bisogno compulsivo di ingerire spropositate quantità di cibo, correlati da una spiacevole sensazione di non essere capace di controllare il proprio comportamento. L’episodio bulimico è caratterizzato dall’atteggiamento compulsivo con cui il cibo è ingerito e non dal desiderio di mangiare un determinato alimento. Si distinguono due tipi di Bulimia: la prima con condotte di eliminazione, che vede il soggetto ricorrere regolarmente a vomito autoindotto oppure all’uso inappropriato di lassativi e diuretici; la seconda, senza condotte di eliminazione, che vede il soggetto bulimico adottare regolarmente comportamenti compensatori inappropriati (digiuni o intensa attività fisica). Gli episodi bulimici possono essere scatenati da alterazioni dell’umore, stati d’ansia o stress e in alcuni casi possono essere programmati anticipatamente. Non vengono considerati episodi bulimici quei casi in cui vi è un’elevata assunzione di cibo saltuariamente e in contesti e situazioni particolari, né il continuo “spiluccare” durante la giornata. La Bulimia è un disturbo cronico con decorso caratterizzato da recidive e remissioni, ma nel complesso sembra avere una prognosi migliore dell’Anoressia: la maggior parte dei casi di Bulimia non richiede il ricovero ospedaliero. Le interpretazioni prettamente psicologiche, in casi di Bulimia, chiamano in causa fattori socio-economici: la crescente pressione delle società moderne e avanzate, dove è stato superato il problema della penuria alimentare, esercitano un ruolo importante, esaltando la magrezza e la forma fisica. Il comportamento alimentare è disfunzionale, nel momento in cui le ragazze trovano delle “soluzioni” che esprimono la difficoltà a trattare simbolicamente le esperienze relazionali dolorose, la persona si chiude agli altri attraverso un ripiegamento sul corpo. Ogni domanda di aiuto porta un qualcosa di unico e cela delle motivazioni inconsce specifiche che un giorno hanno portato la persona a strutturare il sintomo alimentare. La persona si allontana dalle relazioni orientandosi esclusivamente verso ciò che riguarda l’immagine corporea ed il suo controllo attraverso il cibo. Dietro ogni Disturbo Alimentare, oltre al problema con il cibo, vi sono temi relazionali specifici dove la sregolatezza alimentare esprime la difficoltà vissuta.
Il trattamento consiste nel rafforzamento del senso di autonomia personale, il ripristino delle capacità simboliche e la riconsiderazione delle implicazioni soggettive, che hanno portato a sviluppare il Disturbo Alimentare. In caso di minori i genitori di regola vengono coinvolti, la partecipazione al processo di cura è importante per la riuscita del trattamento ed il miglioramento della comunicazione intrafamiliare. Nel caso di situazioni familiari molto difficili al trattamento, può essere affiancato un sostegno psicologico dedicato esclusivamente ai genitori. La riuscita del processo di cura è in stretta relazione con la motivazione del ragazza: solitamente i pazienti con un Disturbo Alimentare tendono a negare la loro problematica.
Un ascolto attento da parte del genitore permette di individuare il momento giusto in cui motivare il giovane all’incontro con uno specialista, all’opposto spingere la ragazza ad una cura nel momento in cui non è ancora pronto a formulare una richiesta di aiuto, potrebbe determinarne un’ulteriore chiusura. La prevenzione è sicuramente utile e necessaria, questa può essere attuata sia attraverso l’informazione, sia aiutando i giovani a formulare una domanda di aiuto psicologico prima che si chiudano dietro il sintomo alimentare.
Le varie istituzioni debbono quindi poter offrire loro dei contesti adeguati ove esprimere la propria fragilità ed insicurezza, senza sentirsi giudicati o malati.

Documentandomi su tale problematica e spulciando tra libri e testimonianze diretta, ho letto il racconto di una ragazza:

“Da due anni quando mi guardo allo specchio o quando faccio caso al mio corpo, mi sento sgradevole; è difficile da spiegare, ma è come se mi facessi schifo, disgusto. Guardo le mie cosce o la mia pancia e mi sembra di vedere tanta ciccia o cellulite. Solo quando riesco a mangiare poco, mi sembra di essere a posto e non volgare, e quindi spesso mi metto a fare lunghi digiuni o diete ferree. Il problema è che poi o perché sono soddisfatta di me e mi voglio premiare o perché mi sento depressa e non ne posso più della dieta, mi concedo di interrompere la dieta. A quel punto in un attimo mi risento uno schifo e mi ritrovo ad abbuffarmi di schifezze. Mi sembra di non riuscire a pensare ad altro che al cibo: o perché non mangio, o perché mangio, o perché devo eliminare quello che ho mangiato”.

Spunto di riflessione e di grande commozione per tali problematiche….

 

 

 

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