BEPPE CASALES ” LA SPREMUTA”

 Da due anni Beppe Casales è in tour per i teatri italiani, per presentare il suo monologo “La Spremuta”, una lucida e attenta denuncia che intreccia immigrazione clandestina e ‘ndrangheta.

Inspiegabilmente, però, mi confessa l’artista, solo nei teatri del centro e nord Italia, come se parlare di mafia, camorra e ‘ndrangheta avesse territorialità e competenza territoriale.

Subito dopo lo spettacolo, infatti, Casales, mi confida le grandi difficoltà relative al proporsi nei teatri del sud Italia. i circoli sono chiusi, la disponibilità minore visto il tema scottante e, forse, ha il suo peso anche la paura di subire ritorsioni. La mia ignoranza in tema di dinamiche e sponsorizzazioni teatrali non mi consente diritto di replica. Appresa tale verità resto impietrita e confusamente delusa. Come può mai essere, mi chiedo, che proprio in quei territori dove l’anti mafia dovrebbe celebrarsi quotidianamente e nelle più svariate forme vi sia, invece, tale restia omertà? Una domanda banale, in effetti.

Un’altra notizia mi lascia sconcertata, Casales è padovano, veneto doc, ma parla della Calabria e della sua piaga mafiosa come fosse un calabrese doc. è uno sconcerto piacevole il mio, perché le denuncie che vengono da fuori la circoscrizione territoriale che vive tali drammi hanno una forza ancora maggiore.

Sul suo blog, www.beppecasales.blogspot.it, si legge: “Faccio teatro dal 1998. Scrivo dal 2002.
Ho rappresentato in tutta Italia i miei monologhi
“Salud”, “Appunti per la rivoluzione” e “La spremuta”. Quello che faccio è teatro politico.
Perché “il teatro, comico o drammatico che sia,
che non sa cogliere l’inquietudine sociale,
la pulsazione della storia, il dramma della sua gente  o il genuino colore del suo paesaggio e del suo spirito non ha diritto a chiamarsi teatro”.

Il 15 novembre ha presentato lo spettacolo “La Spremuta” al Teatro Altrove, teatro della Maddalena di Genova, dopo due anni di tour.

Lo spettacolo è patrocinato da Libera e rete RADICI/Rosarno e fa parte di TEATROCIVILENETWORK,  un progetto di AVVISO PUBBLICO. È stato, inoltre, selezionato per la “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo di tutte le vittime innocenti delle mafie” 2012 e 2013. Oltre che per il Torino Fringe Festival 2013 e per il premio “LiNUTILE DEL TEATRO” dello stesso anno.

La rassegna propone un’analisi dei fatti di Rosarno a partire dalla storia di due ragazzi, entrambi classe ’80, entrambi simili, con l’unica differenza che mentre Daniel Allien è nigeriano, Antonio Bellocco rosarnese ed è figlio della potente famiglia che controlla il territorio.

Le storie dei due giovani si intrecciano il 7 gennaio 2010, quando i migranti che lavorano a Rosarno si ribellano. Dal 1990 al 2008, viene gambizzato o ucciso almeno un migrante l’anno. Nel 2010, dopo l’ennesima aggressione a suon di mitra, dopo anni di violenze subite e sfruttamento,  gli africani reagiscono, fanno ciò che gli italiani non fanno da anni: alzano la testa. In due giorni si consuma tutto: scontri con la polizia, la caccia al nero, e infine lo sgombero. I media nazionali sottolineano che la mafia non c’entra. Ma dire che la mafia non c’entra in Calabria è una bugia. La mafia c’entra eccome, non solo in Calabria.

Nei fatti di Rosarno si concentrano tre nodi fondamentali che stringono al collo l’Italia, e che prima o poi bisognerà avere il coraggio di sciogliere: il rapporto coi migranti, la mafia e il concetto di lavoro.

L’Italia è spremuta da mani violente, da molte mani. Il coraggio di chi non vuole più girare la testa, di chi pensa che vivere esiga più dignità deve essere imitato, non temuto.

il monologo è spaventosamente lucido, avanza denunce rimaste nel sottosuolo latente della coscienza per troppo tempo e conclude con un invito  che è quasi una dichiarazione di poetica:

“parliamo della regola qui, della consuetudine a farci barbarizzare. Auspico che questo spettacolo riesca a farvi prendere atto che nella regola è necessario riconoscere l’abuso per porvi rimedio.”

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