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NANOFARMACI CONTRO I TUMORI
21 Mar 2013 07:22
“ARMA EFFICACE PER SCONFIGGERE LA MALATTIA” (AIOM): È LA CHEMIOTERAPIA TARGET, BASATA SU NANOPARTICELLE CHE VEICOLANO SELETTIVAMENTE I FARMACI NELLE CELLULE MALATE E IN CONCENTRAZIONI MAGGIORI RISPETTO ALLE TERAPIE TRADIZIONALI
Si è svolto a Roma un convegno nazionale organizzato da Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e Sifo (Società italiana di farmacia ospedaliera e dei servizi farmaceutici delle Aziende sanitarie) sul tema delle nanomedicine.
Mauro Ferrari, presidente del Methodist Hospital Research Institute di Houston ed uno dei maggiori ricercatori al mondo nel campo della nanomedicina, ha tenuto una lectio magistralis su ciò che rappresenta una rivoluzione nel campo oncologico, una nuova frontiera nella lotta ai tumori, la cosiddetta chemioterapia target. Si tratta di nanoparticelle simili a droni, che riescono ad attraversare la massa densa che circonda il tumore e a trasportare il farmaco selettivamente alle cellule malate, in concentrazioni maggiori (+33%) e senza danneggiare i tessuti sani.
Si utilizza con successo uno di questi nanofarmaci, il Nab Paclitaxel (Paclitaxel legato all’albumina in nanoparticelle) per la terapia del tumore al seno, di cui in Italia si verificano circa 46 mila nuovi casi l’anno.
“Un nanometro (nm) – ha spiegato Ferrari – equivale a un miliardesimo di metro. In queste dimensioni le proprietà fisiche della materia e il modo in cui si esprimono le leggi della natura cambiano. Le nanotech modificano radicalmente i principi della lotta al cancro perché aprono nuovi orizzonti nella personalizzazione della terapia”. Particella di circa 100 nanometri è in grado entrare nella cellula (che ha un diametro compreso fra i 10.000 ai 20.000 nanometri) e di interagire con il DNA e con le proteine.
Il Nab-Paclitaxel, noto anche come Abraxane, è una terapia di prima linea per il carcinoma mammario metastatico: la risposta a questo farmaco sembra essere legato in parte alla elevata espressione di SPARC, una proteina (e biomarker: la sovraespressione è associata a prognosi infausta) che attrae e lega l’albumina.
SPARC (secreted protein acidic and rich in cysteine) è una proteina della matrice cellulare con un ruolo chiave nella modulazione del microambiente, nella progressione tumorale, nell’angiogenesi e nella formazione di metastasi. Inoltre SPARC, ha una grande capacità recettoriale riuscendo a legare grandi quantità di albumina e farmaci e quindi concentrandole nello spazio interstiziale intorno alle cellule tumorali.
Il Paclitaxel presto potra’ essere utilizzato anche per il tumore del pancreas che non registra ancora terapie efficaci.
“Oggi, per la prima volta, siamo di fronte a un sensibile passo in avanti nel trattamento del tumore del pancreas – ha afferma Stefano Cascinu, presidente Aiom – ogni anno in Italia si registrano 11.500 nuove diagnosi. Si tratta di una delle neoplasie a prognosi più infausta: solo il 5% degli uomini e il 6% delle donne risultano vivi a 5 anni, senza sensibili scostamenti nell’ultimo ventennio. In uno studio di fase III Nab Paclitaxel con Gemcitabina ha infatti evidenziato risultati clinici significativi, con un aumento del 59% nella sopravvivenza a un anno e un tasso raddoppiato a due anni. In questa formulazione vengono sfruttate le potenzialità dell’albumina, una proteina che funziona come un veicolo naturale in grado di trasportare più rapidamente il farmaco attraverso i vasi sanguigni. In queste dimensioni infatti il medicinale è 100 volte più piccolo rispetto a un globulo rosso. L’albumina si lega poi a una proteina, SPARC, presente nelle cellule neoplastiche del pancreas consentendo a maggiori quantità di principio attivo di penetrare nel tumore”.
Si ottengono così livelli di Paclitaxel libero 10 volte superiori rispetto a quelli rilasciati dalla formulazione tradizionale nell’organismo e raggiungendo l’interno delle cellule tumorali con concentrazioni più alte del 33%, il tutto senza provocare reazioni allergiche poiché non vengono utilizzati solventi chimici.
Un altro obiettivo importante è applicare i principi della nanotecnologia alla diagnosi radiologica cercando di sviluppare traccianti radioattivi legati ad altre sostanze che mirino a punti specifici del tumore. Sarebbe possibile così disporre di una definizione diagnostica decisamente migliore di quella offerta dai normali mezzi di contrasto.
“La nanotech – ha sottolineato Ferrari – unisce molteplici settori scientifici: sulla scala nanometrica le differenze tra discipline svaniscono. I nanofarmaci infatti non possono che essere il frutto della collaborazione tra clinici, oncologi molecolari, ingegneri, chimici, farmacologi e matematici”.
“Un nuovo trattamento è realmente innovativo quando offre al paziente benefici maggiori rispetto alle opzioni precedentemente disponibili, in termini di efficacia, sicurezza e convenienza – ha dichiarato Laura Fabrizio, presidente di Sifo – il farmacista ospedaliero è coinvolto a pieno titolo nell’introduzione delle nuove tecnologie, come ad esempio le nanotecnologie, ed il suo contributo nell’ambito dell’innovazione è richiesto in tutte le fasi del percorso, dalla valutazione, alla decisione fino al monitoraggio degli esiti. Innovare vuol dire esplorare percorsi, verificare programmi ed esperienze che, a livello centrale o periferico, tentino di dare risposte praticabili, rispettando i principi di equità e sostenibilità che presiedono il sistema sanitario pubblico. È fondamentale in questo campo la collaborazione tra oncologi e farmacisti ospedalieri. Purtroppo sulle terapie farmacologiche innovative il nostro Paese è ancora molto indietro”.
“Aumento dell’efficacia e riduzione della tossicità – sottolinea Cascinu – è ciò che si aspetta qualunque medico”. “Abbiamo una dozzina di famiglie di nanofarmaci – prosegue Ferrari – e sulla mammella ci sono stati i primi risultati incoraggianti. Ora si inizia a parlare anche di nanotech su tumori dell’ovaio, del pancreas e di quelli pediatrici per quanto riguarda il sistema nervoso centrale”.
di Francesco Giongrandi
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