Anche da noi gli hotel senza bambini: i figli come cani e gatti

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Non occorre andare a Ibiza, alle Maldive o nelle località turistiche più esclusive. Anche nel ragusano ci sono almeno tre strutture ricettive presentate sui portali turistici come “adults only”, riservate cioè agli adulti o, in qualche caso, a chi abbia superato i dodici o tredici anni. Non ne facciamo i nomi perché il punto non è mettere sotto accusa singole attività, ma riflettere su un fenomeno.
Prima di prenotare una vacanza bisogna controllare le condizioni: parcheggio disponibile, colazione compresa, animali ammessi. E bambini ammessi. Figli come cani e gatti, verrebbe da dire. Con una differenza: in qualche albergo il cane può entrare, il bambino no.
“Adults only” è una formula inglese che rende più elegante il divieto. Niente pianti a colazione, niente corse nei corridoi, niente giochi vicino alla piscina. Solo adulti, silenzio e relax. La tendenza cresce in Italia e ha raggiunto anche il territorio ibleo.

Ogni impresa turistica sceglie il mercato al quale rivolgersi: famiglie, giovani, anziani oppure coppie in cerca di tranquillità. Molti clienti degli hotel senza bambini, peraltro, sono genitori che desiderano qualche giorno di tregua. Non è uno scandalo e non serve trasformare ogni scelta commerciale in una battaglia ideologica.
Certo, da una parte ci allarmiamo perché nascono sempre meno bambini, le scuole perdono alunni, le classi vengono accorpate e i paesi invecchiano. Dall’altra costruiamo luoghi nei quali l’assenza dei bambini diventa un servizio da vendere. Il silenzio non è più soltanto una condizione: è un prodotto turistico. Così la presenza di un bambino, con la sua voce e la sua imprevedibilità, finisce nell’elenco delle cose da evitare.

Non sono certamente gli hotel “adults only” a provocare la denatalità. Si fanno pochi figli per la precarietà del lavoro, gli stipendi bassi, il costo delle case, la carenza di servizi e la difficoltà di conciliare famiglia e occupazione. Ma le offerte commerciali seguono i desideri della società. Se cresce la richiesta di luoghi senza bambini, significa che è cambiato anche il nostro modo di tollerarne la presenza.


Un tempo i bambini occupavano cortili, piazze, spiagge e pianerottoli. Facevano rumore perché erano tanti. Oggi sono molti meno, eppure sembrano infastidire di più. Nei ristoranti si discute dei passeggini, nei condomini dei giochi, sui treni delle voci troppo alte. Perfino in vacanza il loro semplice esserci può diventare ciò da cui riposarsi.
C’è anche un’ambiguità: alcune strutture definite “per adulti” accettano ragazzi dai dodici o tredici anni. L’obiettivo non è dunque escludere tutti i minori, ma soprattutto i bambini piccoli. “Adults only” promette un ambiente controllato, nel quale persino il rumore deve essere programmato.
Ognuno è libero di scegliere dove trascorrere le ferie. Resta il paradosso: invochiamo più nascite, ma organizziamo pezzi della nostra vita come se i bambini fossero un problema da contenere.

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