I siciliani sono isolani o isolati?

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La rubrica dello psicologo, a cura di Cesare Ammendola 

Insularità o isolamento? La psicologia di un popolo circondato dal mare e, troppo spesso, anche da se stesso.

C’è una differenza sottile, quasi impercettibile a un orecchio distratto, tra essere isolani ed essere isolati: una consonante. Eppure in quella consonante si consuma il dramma esistenziale di un intero popolo. Essere isolani è un destino geografico, quasi poetico: il mare come confine e come promessa, l’orizzonte che si allarga proprio perché la terra finisce. Essere isolati, invece, è un destino geologico-burocratico: il mare come muro, l’orizzonte che si restringe proprio perché nessuno ha ancora costruito il modo di attraversarlo in fretta. I siciliani, con la consueta capacità di trasformare la tragedia in aforisma, sono entrambe le cose insieme, e lo sanno da tremila anni.

Basta un colpo di tosse dell’Etna, una nuvola di cenere, un capriccio geologico che altrove sarebbe un fenomeno da documentario, perché un aeroporto si areni per ore, a volte giorni, e centinaia di persone scoprano di colpo la loro condizione ontologica più profonda: non sono in ritardo per un volo, sono prigionieri di un’isola che il resto d’Italia raggiunge con un ponte aereo e non con un ponte vero. È il momento della verità, si diceva: quando la montagna respira, la Sicilia si ricorda di essere un’isola, e lo fa nel modo più scomodo possibile, in coda a un gate, con la valigia già consegnata e il destino ancora in sospeso.

La psicologia clinica ha un nome elegante per la sensazione che si prova quando la libertà di movimento viene sospesa senza preavviso: la chiama “impotenza appresa”, quello stato in cui, dopo ripetute esperienze di impedimento, si smette persino di provare a reagire. Ma qui il fenomeno è più raffinato, quasi barocco: non è la singola eruzione a produrre il disagio, è la sua prevedibile ripetizione a produrre l’abitudine al disagio. Il siciliano non si stupisce più. Guarda la nuvola grigia sopra il vulcano con la stessa rassegnazione filosofica con cui guarda un treno regionale che dovrebbe partire e invece medita. Perché in fondo il problema non è l’Etna (che ha tutto il diritto di esistere, essendoci da prima di chiunque altro) ma l’assenza cronica di alternative: un’unica linea ferroviaria che attraversa l’isola come un pensiero lento, autostrade che si interrompono a metà come frasi non finite, insufficienti aeroporti internazionali per una regione grande quanto una nazione europea di medie dimensioni.

Ecco allora la vera diagnosi, sospesa tra geografia e psiche: la Sicilia non è isolata perché è un’isola, è isolata perché qualcuno ha deciso, per abitudine più che per malizia, che un’isola può aspettare. E ad aspettare, si sa, ci si abitua, ma l’abitudine, in psicologia, non è mai innocente: è la forma più elegante che la rassegnazione assume quando vuole sembrare pazienza.

Eppure c’è un rovescio luminoso in tutto questo, ed è proprio l’insularità, quella vera, quella che nessuna infrastruttura potrà mai togliere: l’idea che un confine naturale non isoli soltanto, ma protegga, distingua, custodisca un modo di stare al mondo che altrove si è perso per fretta. Il siciliano guarda il mare non come una prigione liquida ma come una soglia, lo stesso mare che Ulisse attraversava per tornare, loro lo attraversano ogni giorno per restare. Forse la vera domanda non è se i siciliani siano isolani o isolati, ma se il resto d’Italia si sia mai davvero chiesto quanto valga, in fondo, un’isola che nessuno ha ancora imparato a raggiungere in fretta e quanto, invece, meriti di essere raggiunta con la stessa cura con cui lei, da sempre, accoglie chiunque arrivi. 

Non ci resta che sperare nelle astronavi. Tra un’Odissea e un Interstellar esiste solo un Nolan. E solo un Nolan potrà salvarci. Forse.

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