Iblei: si lavora al parco per salvare il porco

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RAGUSA – Venti giorni per fare sintesi, centottanta per chiudere la partita. L’orologio per l’istituzione del Parco Nazionale degli Iblei ha ripreso a correre a una velocità mai vista nell’ultimo ventennio. A dare la scossa definitiva è stata la recente sentenza del TAR di Catania, che ha imposto alle amministrazioni competenti tempi strettissimi per completare l’iter istitutivo, pena il commissariamento ad acta.

Presso il Libero Consorzio Comunale di Ragusa, la Presidente Maria Rita Schembari ha già aperto le danze della concertazione, convocando d’urgenza una prima cabina di regia con i sindaci del territorio (con Ragusa, Modica e i tre Comuni montani in prima fila) e la deputazione regionale. L’obiettivo dichiarato è redigere un documento unitario entro due settimane da inviare all’Assessorato Regionale all’Ambiente. Ma la vera prova del nove è fissata per lunedì 6 luglio, quando il tavolo si allargherà alle associazioni di categoria e ai portatori di interesse. È lì che la concertazione dovrà dimostrare di essere una cosa seria e non una passarella politica, provando a unire visioni che, al momento, sembrano inconciliabili.

Cos’è il Parco degli Iblei e perché se ne parla da vent’anni

Per capire la portata dello scontro, bisogna guardare i numeri. Il Parco Nazionale degli Iblei, se vedrà la luce secondo l’impianto attuale, sarà la quarta area protetta d’Italia per estensione: circa 146.735 ettari che abbracciano ben 32 Comuni distribuiti su tre province (18 nel Siracusano, 9 nel Ragusano e 5 nel Catanese). Un immenso scrigno che ingloba al suo interno ben 16 Siti di Interesse Comunitario (SIC), in gran parte già trasformati in Zone Speciali di Conservazione (ZSC).

Parliamo di paesaggi unici al mondo: le spettacolari cave del massiccio ibleo, Cava d’Ispica, Cava Grande del Cassibile, Pantalica. Luoghi dove la natura si fonde con l’archeologia e la storia, e che da anni costituiscono il motore di un turismo internazionale di altissima qualità. L’iter per la sua nascita è partito da lontano, addirittura nel 2005, spinto da comitati civici e sigle ambientaliste. Da allora, però, il progetto è rimasto impantanato in un limbo fatto di rinvii burocratici, cambi di amministrazione e veti incrociati. Un’attesa infinita che la giustizia amministrativa, accogliendo il ricorso dell’Ente Fauna Siciliana, ha deciso di troncare di netto.

I due fronti: conservazione totale o condanna all’abbandono?

Attorno a questo enorme perimetro si consuma una battaglia ideologica e pratica che spacca il territorio.

Il fronte del “Sì”: un’opportunità di riscatto

Da una parte ci sono i sostenitori storici del progetto. Legambiente (con i circoli di Ragusa, Scicli, Ispica e Modica) e le forze politiche come Sinistra Italiana e Alleanza Verdi Sinistra esultano per quella che definiscono una “vittoria storica del diritto contro l’ostruzionismo della politica distratta e delle destre”. Secondo la deputata regionale del Movimento 5 Stelle, Stefania Campo, la nascita del Parco non è un ostacolo ma una straordinaria opportunità per valorizzare l’agricoltura di qualità, legare i prodotti locali a un brand territoriale forte e integrarsi con il patrimonio UNESCO del Val di Noto.

Sulla stessa linea si colloca il Consorzio di Tutela dell’Olio DOP Monti Iblei. Il presidente Giuseppe Arezzo getta acqua sul fuoco delle paure:

“I vincoli sono quelli già esistenti nelle aree di particolare pregio. Sugli allevamenti i nostri imprenditori potranno continuare ad allevare gli animali senza restrizioni, anzi, l’Ente Parco potrà dare incentivi per le razze autoctone.”

L’idea dei favorevoli è chiara: il Parco serve a invertire la rotta rispetto a modelli di sviluppo ritenuti insostenibili, fermando lo spopolamento delle aree interne attraverso l’ecoturismo e sbarrando la strada a cementificazione selvaggia, trivellazioni e agricoltura intensiva inquinante.

Il fronte del “Ma”: il rischio dell’ingessatura burocratica

Dall’altra parte della barricata, la preoccupazione è palpabile. La CNA territoriale di Ragusa, con il presidente Giampaolo Roccuzzo e il segretario Carmelo Caccamo, esprime forti timori per la tenuta del tessuto economico. La tesi è semplice: calare dall’alto una perimetrazione così estesa, senza una vera concertazione sulle norme di attuazione, rischia di introdurre nuovi vincoli e passaggi autorizzativi infiniti. Questo finirebbe per paralizzare migliaia di micro e piccole imprese artigiane, edili, agricole e turistiche che garantiscono l’occupazione e il presidio umano del territorio rurale. Regole troppo rigide, insomma, potrebbero paradossalmente accelerare l’abbandono dei piccoli centri.

I parlamentari regionali e nazionali del centrodestra — da Carlo Auteri (DC) a Luca Cannata, Salvo Sallemi e Giorgio Assenza (Fratelli d’Italia), fino a Luca Poidomani (FdI Ragusa) — si fanno portavoce di questo malumore. La loro posizione ufficiale non è un “no” pregiudiziale al Parco, ma un netto rifiuto all’attuale impianto tecnico e perimetrale. Auteri parla apertamente di “omissioni gravissime” nella fase difensiva davanti al TAR, lamentando la mancata trasmissione di documenti cruciali, come i pareri dell’Autorità di Bacino sul dissesto idrogeologico, e annunciando battaglia formale insieme al presidente della Regione Renato Schifani per predisporre un ricorso al CGA (Consiglio di Giustizia Amministrativa). Il timore della politica locale e delle associazioni datoriali è che l’ente diventi l’ennesimo “catalogo di divieti astratti” che vieta persino gli investimenti più banali delle aziende agricole che già rispettano le rigide normative europee.

Il paradosso del cinghiale e la spaccatura sulla gestione faunistica

In questo scontro si inserisce, quasi come una metafora perfetta, la questione della gestione della fauna selvatica. Il nostro titolo provocatorio “salvare il porco” fotografa proprio il cortocircuito sollevato dal mondo venatorio e dalle associazioni come la LAV.

La Presidente Regionale dell’Associazione Nazionale Libera Caccia, Marisa Calafiura, mette in luce quello che definisce il “paradosso di Palazzolo Acreide”. Il sindaco del comune siracusano, storicamente favorevole al Parco, ha recentemente invocato lo stato di emergenza nazionale per l’invasione dei cinghiali (suidi selvatici) che distruggono le colture e minacciano la sicurezza rurale.

“Come si concilia la denuncia di un’emergenza legata alla fauna selvatica con il sostegno a uno strumento che, per sua natura, prevede ampie aree interdette all’attività venatoria?” chiede Calafiura.

Secondo i cacciatori, l’esperienza delle altre aree protette dimostra che senza piani di controllo efficaci le popolazioni di cinghiali esplodono. La normativa ordinaria avrebbe già gli strumenti (circa 50 coadiutori abilitati nella provincia di Siracusa), ma la politica preferirebbe gli slogan mediatici.

Di parere diametralmente opposto è la LAV Ragusa, che vede nel Parco una trincea fondamentale per blindare il territorio contro il Disegno di Legge “Sparatutto” in discussione a Roma. Per gli animalisti, i confini del Parco devono rimanere un santuario inviolabile:

“Le fandonie su presunti blocchi totali all’economia sono armi di distrazione di massa usate da chi vuole continuare a saccheggiare la fauna e la terra. I cacciatori dovranno farsene una ragione: qui non si spara.”

La linea verde: “Un percorso dal basso per fermare il sacco del territorio”

I circoli di Legambiente del Sud-Est — “Il Carrubo” di Ragusa, “Kiafura” di Scicli, “Sikelion” di Ispica e “Melograno” di Modica — difendono a spada tratta l’istituzione del Parco, respingendo l’idea che si tratti di un provvedimento calato dall’alto. Gli ambientalisti ricordano come il percorso sia nato dal basso fin dal 2005, coinvolgendo la società civile e tutti i 32 comuni interessati per tutelare uno scrigno di biodiversità da 146 mila ettari e ben 16 Siti di Interesse Comunitario.

Secondo i rappresentanti del cigno verde, l’area protetta è l’unico strumento in grado di avviare un cambiamento radicale contro l’abbandono delle aree interne e contro modelli di sviluppo ormai insostenibili, come le produzioni agricole inquinanti, lo sfruttamento dei lavoratori, lo smaltimento illegale dei rifiuti e la cementificazione di coste e campagne. Per Legambiente, chi chiede oggi ulteriori rinvii o modifiche alla perimetrazione nasconde solo la volontà di bloccare l’iter per difendere interessi economici minoritari o bacini di voti, rinunciando ai benefici economici e al turismo di qualità che il Parco Nazionale garantirebbe a tutto il comprensorio ibleo.

Il dovere della ragionevolezza: oltre gli opposti fanatismi

La tutela della biodiversità iblea è un dovere verso le future generazioni, ed è innegabile che un marchio “Parco Nazionale” possa dare un valore aggiunto inestimabile al nostro turismo e alle nostre eccellenze, dall’olio DOP al vino. Tuttavia, proteggere non può e non deve significare “imbalsamare”. Se il sistema dei vincoli diventasse così pervasivo da impedire a un agricoltore di ammodernare la propria azienda, o a un cittadino di edificare una piccola villetta nel terreno di proprietà nel pieno rispetto delle cubature e del paesaggio, avremmo fallito.

Un territorio senza presidio umano diventa una terra di nessuno. Abbandonare i campi per colpa di una burocrazia asfissiante significa esporre le nostre campagne al dramma degli incendi estivi e delle sterpaglie, oltre che allo spopolamento dei borghi montani. Non abbiamo bisogno di guardare terreni vuoti e desolati in nome di un ambientalismo astratto.

La via d’uscita esiste ed è politica, nel senso più nobile del termine. Si chiama equilibrio. La fase di concertazione avviata al Libero Consorzio di Ragusa deve diventare il luogo in cui ridisegnare con intelligenza la perimetrazione e, soprattutto, definire regole di gestione elastiche e moderne. Serve un Parco che sia un punto di incontro: capace di fermare gli scempi industriali o le speculazioni edilizie, ma elastico e incentivante per l’agricoltura tradizionale, l’artigianato e lo sviluppo sostenibile. Solo se la politica saprà superare i propri tatticismi e ascoltare davvero le comunità locali, il Parco degli Iblei smetterà di essere un terreno di scontro ventennale per diventare, finalmente, un volano di crescita reale. Fotro generata con Ai.

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