Terremoti in Venezuela e Giappone, un monito per l’area iblea: “La Sicilia sud-orientale è tra le zone a più alto rischio sismico d’Italia”

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I recenti terremoti che hanno colpito Venezuela e Giappone, rispettivamente di magnitudo 7.3 e 7.7, con pesanti conseguenze in termini di vittime e dispersi, riaccendono l’attenzione sul rischio sismico globale e, soprattutto, sulla vulnerabilità di aree ad alta pericolosità come la Sicilia sud-orientale.

Secondo quanto evidenziato dal coordinatore del Tavolo tecnico scientifico del Libero Consorzio Comunale di Ragusa Francesco Venerando Mantegna, gli eventi internazionali rappresentano un “forte monito alla sostanziale indifferenza” rispetto a un rischio noto e documentato, anche alla luce della memoria storica del terremoto del 1693 che devastò le province di Siracusa e Ragusa, causando circa 55mila morti e la distruzione totale dei centri abitati.

Il richiamo al sisma del 1693 e la vulnerabilità del territorio

Il terremoto del 1693 resta uno degli eventi sismici più distruttivi mai registrati in Italia. Oggi, sottolinea Mantegna, un evento analogo avrebbe conseguenze ancora più gravi a causa dell’attuale densità abitativa e della conformazione dei centri storici, spesso caratterizzati da edifici realizzati secondo criteri costruttivi non antisismici.

I centri storici della zona iblea risultano particolarmente esposti non solo per la fragilità strutturale degli edifici, ma anche per le criticità legate alla viabilità: in caso di sisma, i crolli potrebbero bloccare le vie di fuga, trasformando intere aree urbane in vere e proprie “trappole fatali”.

Norme e sicurezza: un equilibrio ancora fragile

Nel documento si evidenzia inoltre come l’attuale impianto normativo attribuisca spesso priorità alla conservazione del patrimonio edilizio storico rispetto alla sicurezza abitativa. Una scelta definita critica in un’area classificata tra le più a elevata pericolosità sismica del Paese.

Secondo gli esperti, le moderne tecniche di intervento consentirebbero invece di coniugare tutela architettonica e sicurezza, anche attraverso demolizioni e ricostruzioni compatibili con le tipologie originarie, senza compromettere il valore storico dei centri urbani.

Il contributo della comunità scientifica e il tavolo tecnico

Il tema è stato approfondito nel corso di un seminario dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia tenutosi a Ragusa, i cui contenuti sono stati raccolti in un volume recentemente presentato al Senato della Repubblica.

All’evento hanno partecipato, tra gli altri, il presidente dell’INGV Fabio Florindo, il senatore Salvatore Sallemi e numerosi accademici e ricercatori di rilievo nazionale, tra cui rappresentanti dell’Università di Firenze e di Padova e del CNR.

Lo studio ribadisce come l’area iblea sia interessata da un sistema sismogenetico complesso, legato alla Scarpata di Malta e a diverse faglie attive, tra cui i sistemi Monterosso-Pedagaggi e Lentini-Agnone, che la rendono la zona a più alto rischio sismico in Italia.

Il rischio atteso e la necessità di prevenzione

Sono trascorsi 333 anni dal grande terremoto del 1693 e, secondo gli esperti, la possibilità di un evento simile non può essere esclusa. Per questo motivo viene sottolineata la necessità di un cambio di approccio, che vada oltre le commemorazioni e si traduca in politiche concrete di prevenzione e riduzione del rischio.

In questa direzione si colloca l’esperienza del Tavolo tecnico scientifico del Libero Consorzio Comunale di Ragusa, che ha evidenziato l’urgenza di una mappatura dettagliata del patrimonio edilizio nei centri storici, edificio per edificio, ai fini della programmazione degli interventi.

L’Osservatorio Sismico Urbano come modello di prevenzione

Un segnale positivo arriva dal Comune di Ragusa, che ha avviato la realizzazione di una rete di monitoraggio sismico urbano (OSU – Osservatorio Sismico Urbano), in collaborazione con la sezione catanese dell’INGV.

Il progetto, estendibile ai principali comuni della provincia in zona sismica 1 (Ragusa, Modica, Monterosso Almo, Giarratana e Chiaramonte Gulfi), prevede un sistema di monitoraggio diffuso sul territorio con una spesa stimata inferiore ai 200mila euro.

Secondo gli esperti, si tratta di un investimento contenuto ma strategico, capace di supportare politiche di prevenzione, pianificazione urbanistica e gestione del patrimonio edilizio in un’area ad altissimo rischio.

Un appello alla responsabilità istituzionale

Il documento conclude con un richiamo alla necessità di superare l’indifferenza verso il rischio sismico, sottolineando come le risorse necessarie per sistemi di monitoraggio e prevenzione siano limitate rispetto al potenziale impatto di un grande evento sismico in termini di vite umane e danni. Un monito chiaro: nella Sicilia sud-orientale, la prevenzione non è più rimandabile.

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