Ora anche la polemica sui supermercati: mancava

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La rubrica dello psicologo a cura di Cesare Ammendola

Una volta la città che mi ospita era una rotatoria senza fine. Ora è una rotatoria che conduce ad un supermercato. C’era una volta, in questa città, un albero. Poi è arrivato un supermercato. Poi un altro. Poi un discount, poi un ipermercato, poi un supermercato bio appena accanto al supermercato convenzionale, quasi a scopo di dialogo filosofico sull’esistenza.

Oggi camminiamo tra templi del consumo come secoli fa si camminava tra cattedrali: con la testa all’indietro, un po’ sbalorditi, vagamente oppressi dalla grandiosità.

La psicologia ha un termine per questo: “environmental overload”, sovraccarico ambientale. Ma noi, popolo pragmatico, lo chiamiamo semplicemente “fila alla cassa”.

L’abbondanza come stato dell’anima.

Il supermercato è, a ben vedere, un monumento alla speranza umana. Ogni scaffale urla che domani sarà migliore, che esistono trentadue varietà di yogurt e che tu meriti almeno di scegliere. È capitalismo come terapia, opulenza come promessa democratica: qui, caro cittadino, anche tu puoi comprare il salmone norvegese.

E la concorrenza funziona, inutile negarlo con la faccia da intellettuale. I prezzi scendono, le offerte si moltiplicano, il consumatore si trasforma in stratega. C’è chi fa il giro di tre insegne diverse con la stessa dedizione con cui Ulisse circumnavigò il Mediterraneo. Solo che Ulisse cercava Itaca, e costui cerca le mozzarelle in offerta 3×2.

Il verde che non c’è più? Ma ogni eden commerciale ha il suo serpente, e qui il serpente è asfaltato e ha il parcheggio gratuito .

Ogni nuovo punto vendita è una sottrazione: di verde, di spazio respiro, di quella piccola piazza informale dove i bambini giocavano e i vecchi litigavano con soddisfazione. Al suo posto: luci al neon che non tramontano mai, musica ambient progettata per rallentare il passo e accelerare la spesa, un eterno presente consumistico senza stagioni né malinconia.

Le ricerche di psicologia ambientale lo confermano: la perdita di spazi verdi urbani aumenta i livelli di cortisolo, riduce la coesione sociale, alimenta quella strana tristezza diffusa che non sa dire il proprio nome. Noi la curiamo comprando cioccolato fondente al settantacinque percento. Lo vendono, naturalmente, al supermercato.

Requiem per il piccolo alimentare. E poi c’è lui, il vero fantasma di questa storia: il negozio sotto casa. Quello dove la signora Carmela sapeva già cosa ti serviva prima che aprissi bocca. Dove il credito si dava senza modulo e la chiacchiera era inclusa nel prezzo. Dove il quartiere aveva un volto, un odore, una memoria. Quella bottega era un nodo di rete sociale, direbbe uno psicologo di comunità. Era un luogo di riconoscimento reciproco in una città che tende all’anonimato. Era, in parole povere, il posto dove ti sentivi qualcuno. Oggi al suo posto c’è una saracinesca abbassata, o peggio, l’ennesima insegna luminosa. Il piccolo commercio cede sotto il peso specifico delle grandi superfici come un ramo sotto la neve: silenziosamente, e con una certa dignità.

La mia non è affatto una requisitoria contro i supermercati. Sarebbe comodo e ipocrita: ci andiamo tutti, ci torneremo domani, riempiremo il carrello con la stessa automatica fiducia con cui si respira.

È piuttosto una domanda che vale la pena portare a spasso tra le corsie: quante mele ci vogliono per sentirti a casa? Quante varietà di pane per riempire quel vuoto sottile che non è fame?

La città che si mangia il suo verde per sfamarci di tutto è, in fondo, la metafora più onesta di noi stessi: insaziabili, ben illuminati, vagamente soli. Prezzi sempre bassi. Ogni giorno. Ma non è certo colpa dei supermercati. Anche i supermercati hanno i loro diritti. Anche i supermercati hanno un’anima. La colpa, casomai, è nostra. Neuroni in offerta dietro ogni carrello della spesa.

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